domenica 30 giugno 2013

lunedì 17 giugno 2013

Un habitat devastato dal libero mercato

Un habitat devastato dal libero mercato
Piero Bevilacqua
Il Manifesto, giovedì 15 novembre 2012
E noi cittadini dobbiamo costituirci parte civile Intervenire sulle alluvioni che ogni anno provocano disastri ambientali e morti in qualche angolo della penisola fa sentire come i sacerdoti che celebrano uno stanco e inutile rito, cultori di una religione ormai spenta. L'Italia impone ai suoi osservatori l'eterno ritorno dell'eguale. Eppure corre sempre l'obbligo di ripetere, di tenere vive le armi della critica, di ricordare. La lotta è fatta anche di ripetizioni e di repliche. E in questo caso sono più che mai necessarie. Quello che è accaduto in questi giorni nel grossetano e nell'Umbria meridionale è infatti il nuovo capitolo di uno spettacolo a puntate che si ripete ormai puntuale in ogni autunno e inverno. E occorre anche aggiungere che questa volta l'esito sarebbe potuto essere ben più tragico, se la pioggia avesse continuato a cadere per un altro giorno. Pochi sanno, infatti, che la diga di Corbara che sbarra il Tevere - poco distante dallo scalo di Orvieto, dove è tracimato il fiume Paglia - era minacciosamente colma, mentre i caseggiati di Ciconia e dintorni erano già allagati. Se il maltempo avesse continuato il suo corso, si sarebbe reso necessario aprire la diga con conseguenze imprevedibili , ma.sicuramente devastanti, per tutti i centri abitati lungo la Valle del Tevere fino a Roma. Il ritorno del bel tempo ci ha risparmiati da ulteriori danni e vittime, lo spuntare del sole ha evitato una catastrofe. Ma fino a quando dovremo affidarci al caso, alla buona sorte, alla cessazione benigna di un temporale per evitare alluvioni, frane, morti, devastazione di case e imprese, distruzione di strade e ponti? Non è evidente ormai a tutti che l'intero territorio nazionale P in pericolo? Che bastano pochi giorni di pioggia intensa, concentrati in una qualunque area, per determinare danni ingenti alle popolazioni e agli habitat, imponendo poi costosissime ricostruzioni? Appare evidente che oggi paghiamo a caro prezzo una urbanizzazione selvaggia, la quale ha coperto disordinatamente di costruzioni e infrastrutture un territorio che è fra i più vulnerabili dell'intero bacino del Mediterraneo. L'acqua che scende dalle Alpi o dall'Appennino è sempre meno assorbita dai campi agricoli o incolti delle colline e delle pianure, ormai non più abitate dai contadini, ed è al contrario resa più vorticosa nel suo corso dall'asfalto e dal cemento che incontra. Un paese, tra i pochi in Europa, privo di una legge urbanistica , che ha assistito con poche resistenze a una svolta inaudita. Alla consueta attitudine illegale di classi dirigenti e popolazioni a occupare il territorio con costruzioni abusive ( che hanno sfigurato tante nostre città) è venuta in sostegno la versione italiana del neoliberismo: il verbo che ha fatto dei nostri habitat delicati materia di "libero mercato". Oggi, dopo tre decenni di furia "liberale", il territorio nazionale mostra le stirante della sua trasformazione mercantile, riplasmato, com'è dalle spinte caotiche delle convenienze private: terre d'altura e aree interne in stato di abbandono, valli e pianure - la polpa ricca - intasate di popolazione, edifici, strutture produttive, vie di comunicazione. Qui l'acqua piovana non ha più spazio. come era accaduto in tutti i secoli passati, e perciò appare come il grande nemico. Come e quanto può durare tale conflitto tra le forze imprevedibili della natura e i nostn abitati? Ebbene, questa drammatica novità storica impone oggi un nuovo atteggiamento della pubblica opinione nei confronti delle classi dirigenti italiane e del ceto politico nazionale. Sappiamo da studi decennali che all'Italia è toccato in sorte un paradossale destino. ll paese fisicamente più fragile d'Europa (insieme all'Olanda) è stato governato da classi dirigenti prive di ogni cultura territoriale, sguarnite anche delle più elementari forme di consapevolezza, di memoria storica dei caratteri dei vari habitat locali e dei loro delicati equilibri. Tale carattere originale della nostra cultura, il suo sdradicamento metafisico dalle condizioni materiali della vita, oggi rappresenta una minaccia per la collettività nazionale. A questa incultura originaria si aggiunge la religione della crescita che alimenta nuovi e disordinati appetiti speculativi nei confronti del nostro territorio. Ancora oggi il suolo nazionale non appare come un habitat da proteggere, per tutelare i beni, la ricchezza storica del paese dagli eventi atmo *** sferici, ma come la materia prima per continuare a crescere, come recita la superstizione contemporanea. E' altamente esemplare che un paese, il quale ha i problemi drammatici che osserviamo puntualmente ad ogni inverno, si ostini a progettare il Tav in Val di Susa. I nostri governanti sono pronti a sperperare svariati miliardi per un'opera inutile e non trovano tempo. energia, risorse per mettere in campo un progetto assai meno costoso e generatore di nuove economie finalizzato a proteggere il nostro territorio in pericolo. Ebbene, credo che sia tempo di rendere evidente il carattere drammatico che ormai occorre dare alla nostra opposizione. Abbiamo mostrato in altre occasioni che il territorio può essere messo in salvo solo attraverso una vasta opera di ripopolamento e valorizzazione delle aree interne. Ma oggi occorre agire anche con misure di urgenza. E' necessano chiarire che tutte le nuove costruzioni, tutte le manipolazioni dell'habitat che si progettano e si realizzano in Italia sono contro l'interesse collettivo, minacciano il bene comune della sicurezza nazionale. Ogni metro quadrato di nuovo asfalto o cemento sottrae spazio alle acque, accresce la vulnerabilità dei nostri abitati e delle nostre vite. Non possiamo più tollerarlo. Credo che ormai bisogna incominciare a considerare sotto il profilo penale gli interventi che consumano suolo. Questo bene non è infinito, esso è la spugna che assorbe l'acqua. è dunque un bene di tutti che ci protegge , chi lo cementifica rende più pericolosi i nostri abitati, rende più insicura la nostra incolumità, le nostre case, i nostri beni, i nostri animali. E' perciò necessaria una iniziativa legislativa che dia nuovi strumenti all'interesse collettivo oggi cosi gravemente minacciato. Occorre rendere possibile, alle associazioni impegnate nella difesa del territorio e del paesaggio, di costituirsi parte civile nei vari luoghi dove si progetta il consumo di verde, da configurare, com'è ormai drammaticamente necessario, quale fattispecie criminale. Privati, amministratori locali, imprenditori non possono più utilizzare come bene privato ciò che con tutta evidenza appare un bene comune intangibile e irrinunciabile.

venerdì 14 giugno 2013

The Garden of Ninfa, Latina


Set in a ruined medieval town, the romantic Garden of Ninfa (Giardino di Ninfa) is located in the Lazio region of Italy, about 40 miles south-east of Rome.

venerdì 7 giugno 2013

Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane

Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane sul libro: Perché il valore civico dei monumenti è stato negato in favore del loro potenziale turistico, e quindi economico? Perché la "valorizzazione" del patrimonio culturale ci ha indotti a trasformare le nostre città storiche in "luna park" gestiti da avidi usufruttuari? Lo storico dell'arte Tomaso Montanari ci accompagna in una visita critica del nostro paese: dallo showroom Venezia, a una Roma dove si delira di piste da sci nel Circo Massimo, a una Firenze dove si affittano gli Uffizi per sfilate di moda e si traforano gli affreschi di Vasari alla ricerca di un Leonardo inesistente, a una Napoli dove si progettano megaeventi mentre le chiese crollano e le biblioteche vengono razziate, all'Aquila che giace ancora in rovina mentre i cittadini sono deportati nelle new town, scopriamo che l'idea di comunità è stata corrotta da una nuova politica che ci vuole non cittadini partecipi, ma consumatori passivi. "Le pietre e il popolo" non è solo un durissimo pamphlet contro la retorica del Bello che copre lo sfruttamento delle città d'arte, ma è un manuale di resistenza capace di ricordarci che la funzione civile del patrimonio storico e artistico è uno dei principi fondanti della nostra democrazia, e che l'Italia può risorgere solo se si pensa come una "Repubblica basata sul lavoro e sulla conoscenza".

martedì 4 giugno 2013