domenica 30 gennaio 2011

"L'Italia? Si salverà solamente se non si costruisce più nulla"

"L'Italia? Si salverà solamente se non si costruisce più nulla"
Cristiano Santori
Ore 12 14/12/2010

E' l'ultima provocazione del sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi

"L'Italia non si salva se non si parte dal principio di non costruire più nulla. Hanno costruito abbastanza e inutilmente. Hanno costruito negli ultimi 50 anni più del doppio del costruito precedente. 25 milioni di edifici, di cui 12 milioni fatti dal 3000 a.C al 1950. 13 milioni dal 1950 ad oggi, di cui 4 milioni non abitati. Per cui continuare a costruire vuol dire semplicemente favorire questa logica del mattone, che è quella che manderebbe avanti l'economia secondo uno schema mentale idiota. I lavori pubblici sono intesi come costruzioni di edifici nuovi mentre i lavori pubblici dovrebbero essere un segmento dei beni culturali e preoccuparsi del restauro e della manutenzione del patrimonio. Uno ha un edificio del '700 in rovina, poi costruisce un condominio. I governanti dovrebbero fare una legge. molto precisa: non si costruisce più niente di nuovo finchè non sarà restaurato l'ultimo edificio storico. L'edificio storico può essere restaurato per finalità private o pubbliche". In un'intervista che uscirà domani sul Quotidiano della Calabria, Vittorio Sgarbi si pronuncia a favore di una nuova politica dei lavori pubblici che punti sul recuperò e il restauro dell’immenso patrimonio italiano nel quale coinvolgere i privati. Ipotesi percorribile, come dimostra la disponibilità di Diego Della Valle a sponsorizzare, finanziandolo, un progetto per mettere in sicurezza il Colosseo: "Della Valle potrebbe spendere i 23 o 25 milioni di euro per fare un condominio, per fare appartamenti. venderli e trarne un beneficio. Perchè li mette nel Colosseo? Perchè ha capito che il futuro è il Colosseo. Investire nel Colosseo è investire in una cosa che ha senso, fare un condominio è fare un'altra porcheria, in cui tu magari aumenti il tuo benessere, che non si capisce poi a cosa ti serva, ma in ogni caso deturpi, e quindi diminuisci, il valore oggettivo e il valore sostanziale del tuo Paese". E ancora: "Lo Stato deve intendere i lavori pubblici come manutenzione, restauro e recupero. Lo Stato ha delle priorità, e i privati devono essere obbligati per legge a non costruire niente di nuovo, incomincino a comprare, come fa Grauso a Cagliari, gli edifici storici e li mettano a posto. Meglio abitare negli edifici abbandonati nel centro storico piuttosto che abitare nei condomini in periferia. Quando avremo finito questo immane lavoro dei lavori pubblici sia rispetto agli impegni dello Stato per il suo patrimonio, sia rispetto ai privati risistemato, si potrà ricominciare a costruire qualcosa. Adesso si spendono 220 milioni di euro per fare il nuovo palazzo della regione in Piemonte si danno 22 milioni a Fuksas.... Ma come “si può?". Sgarbi si dichiara favorevole a una rivisitazione del ruolo delle soprintendenze che, a suo 'avviso, "dovrebbero unicamente preparare dei moduli da fotocopiare e distribuire su cui sia scritto NO a qualsiasi richiesta e parere. No su Tutto". E cita, come esempio di un modello di intervento intelligente, quanto ha realizzato lo svedese Daniele Kihlgren che ha comprato un paese quasi abbandonato in Abruzzo e l'ha completamente recuperato: "Ci sono almeno 2000 paesi da comprare e da rimettere in ordine - sostiene Sgarbi -, uno rimette in ordine quelli e ha finito di fare speculazione. Il lavoro c'è, fai un borgo bellissimo, è semplice". Sgarbi nell'intervista al Quotidiano di Cosenza, ha poi rilanciato la proposta di un Super Ministero del Tesoro che assembli tutte le competenze divise e spezzettate in materia di beni culturali. Spiega: "Il Ministero dell'economia non può essere un ministero che prescinde dall'economia reale, che è il patrimonio. Se uno in casa ha 100 Picasso, 50 de Chirico, 40 Morandi, 300 Pollock è povero? No, è ricco. Noi abbiamo Giotto, Michelangelo... siamo ricchi. Ergo: il ministero del Tesoro deve chiamarsi Ministero del Tesoro dei Beni culturali, essere un unico ministero che accorpa anche il turismo, lo sviluppo economico. ...Un sold ministero che intende il suo tesoro nei beni artistici, i suoi lavori pubblici nella loro manutenzione, nel loro restauro e recupero, il turismo come conseguenza di questo, lo sviluppo economico come valutazione progettuale".

strada nella foresta di Laurentium

                                                    strada nella foresta di Laurentium

venerdì 28 gennaio 2011

"Meglio la terra dei soldi" Dai contadini stop al cemento

"Meglio la terra dei soldi" Dai contadini stop al cemento
FRANCESCO ERBANI
(10 gennaio 2011) LA REPUBBLICA

Il cambio di destinazione valorizzerebbe i terreni, ma a loro non interessa. "Questa è la nostra vita da sempre, far morire i campi non è vera ricchezza" dal nostro inviato FRANCESCO ERBANI

"Meglio la terra dei soldi" Dai contadini stop al cemento
TREVISO - Prima uno, poi un altro, poi un altro ancora. Da Morgano a Valdobbiadene, da Godega di Sant'Urbano a Conegliano e quindi nel capoluogo, a Treviso. Altri, si dice, verranno. Sono contadini, proprietari di terreni che i Comuni vogliono rendere edificabili per farci villette e capannoni industriali. Ma loro si oppongono e insistono perché restino agricoli. Ci perdono tanto: il cambio di destinazione può valere dalle cinque alle dieci volte il prezzo di partenza. Non è come una decina d'anni fa, quando questo lembo di Veneto fu seminato di cemento e un'edificabilità faceva crescere anche di cento volte il prezzo agricolo. Ma è pur sempre la rinuncia a un bel gruzzolo.

Eppure non demordono. La famiglia Favaro di Morgano e la famiglia Caldato di Treviso coltivano la terra che coltivavano i nonni e chiedono di continuare o anche solo di tosare il quadrato verde che sta davanti a casa, di curare gli scolmatoi, di pulire le rogge e di non vederlo diventare lo svincolo di un distretto industriale. Nel frattempo il Comune gli impone di pagare l'Ici come se avessero già costruito. Ma dalla loro parte sono schierati il Fai e Italia Nostra e li assiste Francesco Vallerani, geografo dell'Università di Venezia.

I Favaro e i Caldato sono mosche bianche in questa provincia. Stando ai calcoli di Tiziano Tempesta dell'Università di Padova, nei piani regolatori dei 95 comuni del trevigiano sono conteggiate 1077 aree produttive, dieci per comune, la gran parte inferiori a 5 ettari e disseminate
a caso nel territorio. Molti, però, sono i capannoni sfitti (il 20 per cento in tutto il Veneto) e molte le aree già lottizzate sulle quali non si costruisce. Una, grande 15 mila metri quadri, è quasi al confine della proprietà dei Favaro. E lungo la provinciale che porta dai Caldato c'è un filare di stabilimenti vuoti. Ma nonostante questo, le concessioni di edificabilità fioccano quasi per inerzia. Chiunque può se le accaparra. Non tutti, perché il trevigiano è il territorio con il più alto numero di comitati in difesa del paesaggio, benedetti da Andrea Zanzotto che vigila dalla sua casa di Pieve di Soligo.

I Favaro hanno 4 ettari di terreno a Morgano. Coltivano mais. Ma la loro specialità è un vivaio di piante autoctone - aceri, querce, olmi, platani - allevate in un piccolo bosco che ripropone un brandello di paesaggio veneto. Chi le compra le lascia crescere lì e poi le porta via con l'intera zolla dopo tre o quattro anni. L'amministrazione comunale ha deciso che Morgano deve ingrandirsi con un'area industriale di 90 mila metri quadri in una zona paludosa, circondata da corsi d'acqua e che, sovrastata di cemento, rischia di finire sotto, come durante l'alluvione di due mesi fa. Siamo nel Parco del fiume Sile, in un sito protetto dalla Comunità europea. In questi 90 mila metri quadri ci sono i 40 mila dei Favaro. "A noi bastano i soldi che guadagniamo facendo gli agricoltori. Qui il cemento si mangia la terra, ma non porta più ricchezza", dice uno dei fratelli Favaro, "se avessimo l'edificabilità e vendessimo non ci darebbero soldi, ma un appartamentino in una villetta a schiera". Ora la decisione rimbalza fra Comune e Regione. Ma se l'edificabilità fosse imposta, i Favaro andranno in tribunale.

Più piccolo - 18 mila metri quadri - il terreno dei Caldato, alle porte di Treviso. Ma molto antica la storia che Pietro, con il fratello Roberto e la sorella Enrichetta, ha ricostruito fin dal Seicento e che attesta la loro proprietà dai primi dell'Ottocento. Ci sono una vigna, un orto e tanto prato. Ma il Comune di Treviso vorrebbe farne area industriale, squarciando il terreno con una strada che sfocia in una rotonda. E ai Caldato chiede di pagare l'Ici dal 2003, quando fu approvata la variante al piano regolatore: quasi 60 mila euro. "Della ricchezza che altri inseguono non sappiamo che farcene", dice Pietro. Ora con il Comune è in corso una trattativa. È intervenuto il sindaco. "Rischiamo di perdere la nostra terra e la nostra libertà. Ma ancora preserviamo il nostro modo di pensare e di vivere. I soldi? Non possiamo portarceli dietro quando saremo morti".

(10 gennaio 2011)

martedì 25 gennaio 2011

La battaglia per l’ambiente nel libro di Salvatore Settis

La battaglia per l’ambiente nel libro di Salvatore Settis
Costantino Cossu
La Nuova Sardegna, 15 gennaio 2011

«Vedere il bene comune come fondamento della democrazia, della libertà e dell'eguaglianza, rivendicare il pubblico interesse, cioè i diritti delle generazioni future». Così Salvatore Settis nel suo ultimo libro «Paesaggio, Costituzione, cemento» (Einaudi, 36 pagine, 19 euro). Archeologo e storico dell'arte, già direttore del Getty Research di Los Angeles e della Normale di Pisa, titolare a Madrid della «Càtreda del Prado», Settis ha scritto un manifesto denuncia (vedi la recensione qui sotto) delle condizioni disastrose in cui versa in Italia il paesaggio. Un atto di accusa, lucido e documentatissimo, contro «l'inerzia di troppi politici (di maggioranza e di ‘opposizione’) e un appello all'«azione popolare» per fermare la devastazione.
In Italia la protezione del paesaggio è scritta nella Costituzione e, a partire dalla legge Galasso, sono molte le buone norme di tutela. Perché allora si distrugge tanto?
«E' il tema principale del mio libro. La spiegazione del paradosso che lei rileva sta da un lato in un eccesso di legislazione (che spesso si traduce in incertezza e in arbitrio) e dall'altro nel contrasto tra legislazione nazionale e legislazione regionale. Per quanto riguarda quest'ultimo aspetto, ho dedicato un capitolo intero al tentativo di dimostrare che l'articolo 9 della Costituzione, quello che prescrive la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione, nato dall'esigenza che con preveggenza chi ha scritto la Carta avvertiva di contrastare un eccesso di autonomia dei poteri locali in una materia in cui gli interessi particolari hanno sempre premuto in maniera fortissima. Concetto Marchesi, uno dei padri della Costituzione, parlava in proposito di una possibile e pericolosa «raffica regionalistica» contro le norme nazionali di tutela. Raffica che, soprattutto a partire dagli Settanta, quando le Regioni sono diventate una realtà istituzionale, puntualmente si è scatenata.
Il territorio, il paesaggio, l'ambiente, sono diventati terreno di battaglia tra Stato e Regioni, un contrasto tra poteri pubblici che ha aperto interstizi e zone grigie, un varco attraverso il quale è passata la devastazione».
Lei contesta che l'ossessione edilizia abbia ragioni economiche fondate. Perch�
«In Italia il tasso di crescita demografica è bassissimo, eppure siamo il Paese europeo che ha il maggior consumo di territorio: vengono quindi costruite abitazioni che non servono a nessuno. Abbiamo dovuto assistere all'indegna commedia del Piano casa. A livello nazionale la proposta lanciata da Berlusconi nel 2009, in campagna elettorale, non si è mai tradotta in una legge e però le Regioni sono state istigate a fare i loro piani casa, tutti illegittimi. Si cerca di far passare l'idea che l'unico modo per rimettere in moto l'economia sia rilanciare l'edilizia. E invece è l'opposto che occorrerebbe fare. La crisi mondiale è stata scatenata dalla bolla immobiliare negli Usa. E si sono visti Paesi, ad esempio l'Irlanda, dove si è costruito sino al quintuplo di ciò di cui c'era bisogno senza che questo evitasse addirittura la bancarotta dell'intero sistema economico nazionale. Non è vero che investire nel mattone è l'unico modo per rilanciare l'economia. Al contrario: investire capitali nell'edilizia vuol dire bruciare flussi finanziari che invece potrebbero essere impiegati molto più produttivamente in altri settori».
Perché in Italia la cultura di tutela del paesaggio è più debole che in altri Paesi europei? «In realtà noi abbiamo una tradizione importante di studi e di legislazione. In questo momento l'idea del bene comune appare sconfitta dall'idea del privilegio di chi ha i soldi, di chi ha le proprietà, di chi vuole devastare per proprio esclusivo profitto. Crescono però i segnali di una presa di coscienza. Nascono associazioni di cittadini che si oppongono alla tendenza dominante. A San Benedetto del Tronto, ad esempio, per combattere una lottizzazione che avrebbe rovinato un paesaggio unico, un gruppo di cittadini ha raccolto 4 mila firme e ha ottenuto un referendum comunale che probabilmente sarà vinto». Ð Perché in Italia non esistono movimenti ambientalisti capaci di pesare sulle scelte politiche nazionali come quello di Cohn- Bendit in Francia e dei Grünen in Germania?
«Da noi la crisi della politica dopo Tangentopoli è stata segnata dall'estinzione di grandi partiti di massa che avevano una tradizione anche di idee: la Dc, il Pci, il Psi. Partiti sostituiti da forze politiche che sono tutte, senza eccezione, prevalentemente organizzazioni di raccolta del consenso in termini elettorali, molto di rado laboratori di idee. Questo ha impedito ai movimenti di avere una solida sponda politica e quindi un'incisività anche istituzionale ».
E della situazione in Sardegna che cosa pensa?
«Sono stato sempre molto impressionato dalla determinazione e dalla coerenza con cui Renato Soru e la sua amministrazione hanno tentato di dare un futuro alla Sardegna attraverso scelte coraggiose. Purtroppo, con la fine dell'amministrazione Soru quella tendenza si è capovolta: a uno sguardo lungimirante si è sostituto uno sguardo miope, di cortissimo respiro, senza alcuna preoccupazione per il bene comune, con un cedimento totale agli interessi immediati di pochi contro quelli di tutti. Anche nel campo dei beni culturali c'erano con Soru idee forti: il museo del Betile e il recupero di Tuvixeddu, ad esempio.
Il caso della necropoli punica di Cagliari è emblematico. L'unicità e la vastità del sito archeologico, archivio di una fase storica importantissima, in cui la Sardegna ha avuto un ruolo centrale non solo rispetto all'Italia ma rispetto al Mediterraneo e quindi al mondo, suggerirebbe di tutelarlo al massimo. E invece si stanno impiantando nuove costruzioni, le cui fondamenta sono destinate a distruggere parti essenziali della necropoli. Io trovo tutto ciò delittuoso, un segno di barbarie. Non dobbiamo, però, rassegnarci: bisogna indignarsi, invece, tenere viva la speranza. Si sa indignare - scriveva Seneca - solo chi è" capace di speranza»

venerdì 21 gennaio 2011

martedì 18 gennaio 2011

Basta con le ruspe salviamo l'Italia

Basta con le ruspe salviamo l'Italia
CARLO PETRINI
(18 gennaio 2011) LA REPUBBLICA

In 15 anni edificati tre milioni di ettari di territorio, l'equivalente di Lazio e Abruzzo messi insieme. E con il piano casa il processo ha avuto un'accelerazione.

Appello per fermare lo scempio del paesaggio, prima che sia troppo tardi

Basta con le ruspe salviamo l'Italia
Visto che in tv i plastici per raccontare i crimini più efferati sembrano diventati irrinunciabili, vorrei allora proporne uno di sicuro interesse: una riproduzione in scala dell'Italia, un'enorme scena del delitto. Le armi sono il cemento di capannoni, centri commerciali, speculazioni edilizie e molti impianti per produrre energia, rinnovabile e non; i moventi sono la stupidità e l'avidità; gli assassini tutti quelli che hanno responsabilità nel dire di sì; i complici coloro che non dicono di no; le vittime infine gli abitanti del nostro Paese, soprattutto quelli di domani.

I dati certi su cui fare affidamento sono pochi, non sempre concordanti per via dei diversi metodi di misurazione utilizzati, ma tutti ci parlano in maniera univoca di un consumo impressionante del territorio italiano. Stiamo compromettendo per sempre un bene comune, perché anche la proprietà privata del terreno non dà automaticamente diritto di poterlo distruggere e sottrarlo così alle generazioni future. Circa due anni fa su queste pagine riportavamo che l'equivalente della superficie di Lazio e Abruzzo messi insieme, più di 3 milioni di ettari liberi da costruzioni e infrastrutture, era sparita in soli 15 anni, dal 1990 al 2005. Dal 1950 abbiamo perso il 40% della superficie libera, con picchi regionali che ci parlano, secondo i dati del Centro di Ricerca sul Consumo di Suolo, di una Liguria ridotta della metà, di una Lombardia che ha visto ogni giorno, dal 1999 al 2007, costruire un'area equivalente sei volte a Piazza
Duomo a Milano. E non finisce qui: in Emilia Romagna dal 1976 al 2003 ogni giorno si è consumato suolo per una quantità di dodici volte piazza Maggiore a Bologna; in Friuli Venezia Giulia dal 1980 al 2000 tre Piazze Unità d'Italia a Trieste al giorno. E la maggior parte di questi terreni erano destinati all'agricoltura. Per tornare ai dati complessivi, dal 1990 al 2005 si sono superati i due milioni di ettari di terreni agricoli morti o coperti di cemento.

Come si vede, le cifre disponibili non tengono conto degli ultimi anni, ma è sufficiente viaggiare un po' per l'Italia e prendere atto delle iniziative di questo Governo (il Piano Casa, per esempio) e delle amministrazioni locali per rendersene conto: sembra che non ci sia territorio, Comune, Provincia o Regione che non sia alle prese con una selvaggia e incontrollata occupazione del suolo libero. Purtroppo, nonostante il paesaggio sia un diritto costituzionale (unico caso in Europa) garantito dall'articolo 9, la legislazione in materia è in gran parte affidata a Regioni ed Enti locali, con il risultato che si creano grande confusione, infiniti dibattiti, nonché ampi margini di azione per gli speculatori. Per esempio la recente legge regionale approvata in Toscana che vieta l'installazione d'impianti fotovoltaici a terra sembra valida, ma è già contestata da alcune forze politiche. In Piemonte è stata invece approvata una legge analoga, ma meno efficace, suscitando forti perplessità dal "Movimento Stop al Consumo del Territorio". In realtà, in barba alle linee guida nazionali per gli impianti fotovoltaici - quelli mangia-agricoltura - essi continuano a spuntare come funghi alla stregua dei centri commerciali e delle shopville, di aree residenziali in campagna, di nuovi quartieri periferici, di un abusivismo che ha devastato interi territori del nostro Meridione anche grazie a condoni edilizi scellerati.

Ci sono esempi clamorosi: Il Veneto, che dal 1950 ha fatto crescere la sua superficie urbanizzata del 324% mentre la sua popolazione è cresciuta nello stesso periodo solo per il 32%, non ha imparato nulla dall'alluvione che l'ha colpito a fine novembre. Un paio di settimane dopo, mentre ancora si faceva la conta dei danni, il Consiglio Regionale ha approvato una leggina che consente di ampliare gli edifici su terreni agricoli fino a 800 metri cubi, l'equivalente di tre alloggi di 90 metri quadri.

Guardandoci attorno ci sentiamo assediati: il cemento avanza, la terra fa gola a potentati edilizi, che nonostante siano sempre più oggetto d'importanti inchieste giornalistiche, e in alcuni casi anche giudiziarie, non mollano l'osso e sembrano passare indenni qualsiasi ostacolo, in un'indifferenza che non si sa più se sia colpevole, disinformata o semplicemente frutto di un'impotenza sconsolata. Del resto, costruire fa crescere il Pil, ma a che prezzo. Fa davvero male: l'Italia è piena di ferite violente e i cittadini finiscono con il diventare complici se non s'impegnano nel dire no quotidianamente, nel piccolo, a livello locale. Questa è una battaglia di tutti, nessuno escluso.

Ora si sono aggiunte le multinazionali che producono impianti per energia rinnovabile, insieme a imprenditori che non hanno mai avuto a cuore l'ambiente e, fiutato il profitto, si sono messi dall'oggi al domani a impiantare fotovoltaico su terra fertile, ovunque capita: sono riusciti a trasformare la speranza, il sogno di un'energia pulita anche da noi nell'ennesimo modo di lucrare a danno della Terra. Anche del fotovoltaico su suoli agricoli abbiamo già scritto su queste pagine, prendendo come spunto la delicatissima situazione in Puglia. I pannelli fotovoltaici a terra inaridiscono completamente i suoli in poco tempo, provocano il soil sealing, cioè l'impermeabilizzazione dei terreni, ed è profondamente stupido dedicargli immense distese di terreni coltivabili in nome di lauti incentivi, quando si potrebbero installare su capannoni, aree industriali dismesse o in funzione, cave abbandonate, lungo le autostrade. La Germania, che è veramente avanti anni luce rispetto al resto d'Europa sulle energie rinnovabili, per esempio non concede incentivi a chi mette a terra pannelli fotovoltaici, da sempre. Dell'eolico selvaggio, sovradimensionato, sovente in odore di mafia e sprecone, se siete lettori medi di quotidiani e spettatori fedeli di Report su Rai Tre già saprete: non passa settimana che se ne parli su qualche testata, soprattutto locale, perché qualche comitato di cittadini insorge. È sufficiente spulciare su internet il sito del movimento "Stop al Consumo del Territorio", tra i più attivi, e subito salta agli occhi l'elenco delle comunità locali che si stanno ribellando, in ogni Regione, per i più disparati motivi.

Intendiamoci, questo non è un articolo contro il fotovoltaico o l'eolico: è contro il loro uso scellerato e speculativo. Il solito modo di rovinare le cose, tipicamente italiano. Anche perché l'obiettivo del 20% di energie rinnovabili entro il 2020 si può raggiungere benissimo senza fare danni, e noi siamo per raggiungerlo ed eventualmente superarlo. Questo vuole essere un grido di dolore contro il consumo di territorio e di suolo agricolo in tutte le sue forme, la più grande catastrofe ambientale e culturale cui l'Italia abbia assistito, inerme, negli ultimi decenni. Perché se la terra agricola sparisce il disastro è alimentare, idrogeologico, ambientale, paesaggistico. E' come indebitarsi a vita e indebitare i propri figli e nipoti per comprarsi un televisore più grosso: niente di più stupido.

Il problema poi s'incastra alla perfezione con la crisi generale che sta vivendo l'agricoltura da un po' di anni, visto che tutti i suoi settori sono in sofferenza. Sono recenti i dati dell'Eurostat che danno ulteriore conferma del trend: "I redditi pro-capite degli agricoltori nel 2010 sono diminuiti del 3,3% e sono del 17% circa inferiori a quelli di cinque anni fa". Così è più facile convincere gli agricoltori demotivati a cedere le armi, e i propri terreni, per speculazioni edilizie o legate alle energie rinnovabili. Ricordiamoci che difendendo l'agricoltura non difendiamo un bel (o rude) mondo antico, ma difendiamo il nostro Paese, le nostre possibilità di fare comunità a livello locale, un futuro che possa ancora sperare di contemplare reale benessere e tanta bellezza.

Per questo è giunto il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati a un punto di non ritorno: vorrei proporre, e sperare che venga emanata, una moratoria nazionale contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell'edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto a nuovi. Serve qualcosa di forte, una raccolta di firme, una ferma dichiarazione che arresti per sempre la scomparsa di suoli agricoli nel nostro Paese, le costruzioni brutte e inutili, i centri commerciali che ci sviliscono come uomini e donne, riducendoci a consumatori-automi, soli e abbruttiti.

Una moratoria che poi, se si uscirà dalla tremenda situazione politica attuale, dovrebbero rendere ufficiale congiuntamente il Ministero dell'Agricoltura, quello dell'Ambiente e anche quello dei Beni Culturali, perché il nostro territorio è il primo bene culturale di questa Nazione che sta per compiere 150 anni. Sono sicuro che le tante organizzazioni che lavorano in questa direzione, come la mia Slow Food, o per esempio la già citata rete di Stop al Consumo del Territorio, il Fondo Ambientale Italiano, le associazioni ambientaliste, quelle di categoria degli agricoltori e le miriadi di comitati civici sparsi ovunque saranno tutti d'accordo e disposti a unire le forze. È il momento di fare una campagna comune, di presidiare il territorio in maniera capillare a livello locale, di amplificare l'urlo di milioni d'italiani che sono stufi di vedersi distruggere paesaggi e luoghi del cuore, un'ulteriore forma di vessazione, tra le tante che subiamo, anche su ciò che è gratis e non ha prezzo: la bellezza. Perché guardatevi attorno: c'è in ogni luogo, soprattutto nelle cose piccole che stanno sotto i nostri occhi. È una forma di poesia disponibile ovunque, che non dobbiamo farci togliere, che merita devozione e rispetto, che ci salva l'anima, tutti i giorni.

lunedì 10 gennaio 2011

Salvatore Settis: «Così l’Italia ha devastato il suo paesaggio»

Salvatore Settis: «Così l’Italia ha devastato il suo paesaggio»
Sergio Buonadonna
Il Piccolo 17/12/2010

“Nella classifica della vergogna il primato va alla Liguria, il Friuli Venezia Giulia non è tra le regioni peggiori»

Pagare meno tasse è il sogno di tutti gli italiani, ma non pagarle o pagarle meno produce danni devastanti. Esempio: per favorire gli investimenti industriali nel 2001 Tremonti detassò il reddito d'impresa. L'Italia si riempì di capannoni industriali e il Veneto ne esagerò, specialmente nelle province di Treviso, Padova, Vicenza e Venezia il cui paesaggio sfigurato oggi è costellato di capannoni vuoti. E l'esempio più eclatante del recentissimo libro di Salvatore Settis "Paesaggio Costituzione Cemento" (Einaudi, pagg. 326, euro 19) radiografia dell'Italia deturpata che si propone come strumento di "battaglia per l'ambiente contro il degrado civile". Salvatore Settis è nel campo non solo studioso tra i più autorevoli, ma anche alfiere di un'ultima, residua possibilità di salvezza. L'ambiente e la difesa del paesaggio sono al centro della sua nutritissima attività scientifica: storico dell'arte, archeologo, direttore del Getty Research Institute di Los Angeles, poi della Normale di Pisa e titolare della Càtedra del Prado a Madrid. Settis, perché il paesaggio è il grande malato d'Italia?
«Perché è stato devastato pienamente. Malgrado una normativa fra le migliori del mondo molto capillare e ricca, lo abbiamo trascurato sicché si assiste alla continua cementificazione del suolo con lo straordinario paradosso che l'Italia è il Paese europeo col più basso tasso di natalità ed il più alto tasso di consumo del suolo».
Questo è il primo dei tre paradossi che lei denuncia. Gli altri due?
«Il secondo è il fatto che siamo stati i primi a mettere la tutela del paesaggio tra i principi della Costituzione senza riuscire però ad evitare che le leggi venissero aggirate ed il suolo drammaticamente offeso. Il terzo paradosso è il fatto che il paesaggio italiano è un vanto storico della nazione, una delle ragioni per le quali l'Italia è dal Cinquecento la meta privilegiata del Grand Tour, del turismo di qualità ma nelle nostre scuole il paesaggio è ignorato. Si parla solo del paesaggio dipinto, mai di quello vero».
Che è una memoria anche, e soprattutto non è una cartolina.
«Appunto. Quando se ne parla si sentono dire frasi molto singolari come se il paesaggio sia una sorta di difesa di tipo estetico. Ora, non si tratta di difenderlo in quanto bello ma in quanto memoria storica. Un paesaggio sul Carso devastato dalla prima guerra mondiale non è bello ma merita di essere ricordato. Perdere la memoria collettiva di un Paese o di una città è esattamente come perdere la memoria individuale per un uomo».
E infatti l'Italia sta facendo del suo meglio per tenere aperte molte ferite. Lei fra l'altro l'ha girata in lungo e in largo tanto da fare una graduatoria del peggio, nella quale peraltro il Friuli Venezia Giulia sembra difendersi meglio.
«Infatti. Non è tra le regioni che escono peggio da questa situazione. Nella classifica della vergogna il primato nazionale della devastazione del paesaggio spetta indubitabilmente alla Liguria. Ma la Calabria la insidia seriamente e forse la supera se si considera che in seguito all'abusivismo edilizio i parametri calabresi appaiono certamente truccati».
Diceva Goethe che in Italia l'architettura è una seconda natura. Sottoscrive questo concetto?
«Non c'è dubbio. Goethe lo dice parlando dell'acquedotto di Spoleto. Io confronto l'Italia con gli Stati Uniti dove il tipico paesaggio da proteggere - quello dei grandi parchi - è la natura allo stato puro. Invece da noi la natura allo stato puro si vede ben poco perché anche nelle foreste, nei boschi, nelle montagne c'è sempre una profonda compenetrazione tra natura e cultura. Il paesaggio italiano per ragioni storiche - essendo un Paese comparativamente piccolo abitato intensissimamente da epoca molto antica - è una compenetrazione intima tra le due cose. Per questo la nostra Costituzione all'art. 9 mette insieme il paesaggio e la tutela del patrimonio storico-artistico della nazione».
Però la politica e le leggi in materia non la assecondano la Costituzione.
«E’ una storia molto intricata che nel libro cerco di spiegare. La natura delle nostre leggi è determinata fortemente da fattori storici: la tutela del paesaggio nasce con una legge firmata da Benedetto Croce nel 1920 poi riproposta da Bottai in forma più organica nel 1939 e infine ripresa dall'attuale codice dei beni culturali. Però nel sistema legislativo di epoca fascista si era operata una scissione sbagliata fra il paesaggio soggetto alla tutela del ministero della pubblica istruzione e l'urbanistica che dipendeva dai lavori pubblici. Quella era un'Italia che si muoveva poco, con una demografia crescente ma senza prosperità sicché sembrava di poter organizzare il territorio in parti separate: un paesaggio che si arresta alle soglie della città ed una città che si esclude al paesaggio, con due regimi autorizzativi completamente diversi».
Invece che cosa è cambiato?
«Con la Costituzione della Repubblica la tutela del paesaggio resta centralizzata allo Stato ma le competenze urbanistiche vengono distribuite alle Regioni. Di tutto ciò non si avvertono gli effetti finché le Regioni non entrano in vigore cioè negli anni Settanta. Da quel momento succede che le legislazioni regionali si differenziano non solo dallo Stato ma fra regione e regione generando una selva di norme contraddittorie. In questo modo si è spezzettata l'unità del paese che la Costituzione proclama. E’ nato un grande labirinto di regole - un fuoco amico io lo chiamo - per cui lo Stato cerca di riappropriarsi di pezzetti di competenze che le Regioni tentano di impedire. Fioccano i ricorsi alla Corte Costituzionale in una situazione di straordinaria complessità nella quale la contraddittorietà fa sì che tutto sia possibile».
E quindi il paesaggio è diventato un affare.
«Proprio così. Anche perché credo che qui ci sia da fare i conti con una mentalità molto arcaica e contadina. Noi ci vantiamo tanto di essere un grande paese industriale mentre abbiamo ancora una memoria della povertà che storicamente ha segnato moltissima parte del Paese; dalle campagne venete a quelle siciliane coltiviamo l'idea arcaicissima secondo cui investire nel mattone è l'unica cosa sicura. In questo modo se qualcuno ha dei soldi cerca di comprare appartamenti finendo col bloccare i capitali. Si è voluto fare il cosiddetto Piano Casa partendo dal presupposto che attraverso l'edilizia riparte l'economia, ma non è così. Sono soldi sottratti alle attività produttive».
I1 che fa saltare tutti gli equilibri...
«Con la scusa meschina che se l'edilizia si ferma si crea disoccupazione, continuiamo a distruggere oliveti e aranceti e dimentichiamo che abbiamo un Paese fragilissimo dove oltre il dieci per cento del territorio è franoso senza fare nulla per contrastare questo fenomeno».
Lei citando Seneca scrive che sa indignarsi solo chi è capace di speranza.
«Chi si indigna non dimostra pessimismo, spera in un mondo migliore e combatte per questo. Al contrario chi non si indigna ha lasciato ogni speranza ed è spettatore passivo della dilagante corruzione pubblica, dei continui tagli alla cultura, all'università, alla ricerca, e dell'abbandono del paesaggio».

mercoledì 5 gennaio 2011

Italie: le grand délabrement des vestiges antiques

Italie: le grand délabrement des vestiges antiques
Richard Heuze
Le Figaro 29/12/2010

Du Colisée à Pompéi en passant par les milliers de sites que compte le pays, le patrimoine archéologique italien, l'un des plus riches au monde, est menace de délabrement. Ruissellement des eaux de pluie, manque d'entretien, restaurations tardives ou insuffisantes, gestion inappropriée des sites, petits chapardages: en dix ans, les incidents se sont multiplies au point de rendre aujourd'hui la situation alarmante. Antonio Varone est l'unique archéologue de Pompei. Aussi extravagant que cela puisse paraître, le ministère des Biens culturels n'a pas remplacé ses collègues partis à la retraite. Pour veiller sur le plus grand part archéologique à ciel ouvert qui soft au monde, il ne reste que ce professionnel âgé de 53 ans. Par chance, il connait tous les recoins de la cite antique, ensevelie par le Vésuve en 79 après Jésus-Christ.
Le célèbre archéologue Andrea Carandini, qui préside le Conseil supérieur pour les biens culturels, rappelle que Pompéi comptait il y a trente ans « 90 ouvriers à demeure », menuisiers, charpentiers, maçons, carreleurs. Ils ne sont plus qu'une demi-douzaine. « Le site aurait besoin aujourd'hui de 75 fonctionnaires qualifiés, en mesure d'exécuter des tâches d'entretien complexes et délicates », affirme Andrea Carandini. Mais le budget ne le permet pas.
Effondrements en série
Par nature, un site archéologique est une structure d'une extrême fragilité. Le moindre incident, la plus petite négligence accélère sa décomposition. « Si on le laisse livre à lui-même, il retourne vite à son état normal : être sous terre », souligne Andrea Carandini. Pour combattre cette dégradation, « pas besoin de projets colossaux de restauration. Il faut un entretien permanent, une surveillance de tour les instants. Cela s'appelle une manutention programmée et préventive », ajoute Carandini. Le 16 décembre, le Conseil supérieur pour les biens culturels dénonçait l'absence d'inspections périodiques, d'évaluations approfondies des risques : les récents éboulements, aussi bien à Pompei - dans la caserne des Gladiateurs ou à la maison du Moraliste - qu'à Rome, à la Domus Aurea ou dans l'immense villa d'Aurélien, sans parler du Colisée, « sont imputables pour la plupart d’un entretien inexistant ou mal exécuté », dénonce-t-il. Pompei a connu seize écroulements en sept ans. À Rome, le 30 mars dernier, la Domus Aurea, la somptueuse Maison dorée de Néron, a été fermée au public après l'effondrement d'une voûte et d'une galerie. Au Colisée, un parpaing de maçonnerie s'est fracassé au sol le 9 mai. À la villa de Tiberius, le premier palais de la dynastie des empereurs, sur le Palatin, un mur s'est déplacé d'un mètre. Des effondrements sont aussi signalés dans l'immense maison d'Auguste, sur le Palatin, ainsi que le long des murs Aurélien (dix en cinq ans), sur les murs de Servian, les premiers érigés à Rome, et sur l'aqueduc de Mandrione. Dans la plupart des cas, les dégâts sont provoqués par le ruissellement des eaux pluviales qui s'infiltrent et provoquent des glissements de terrain. Sur la Via Appia, la tombe du Gladiateur s'est retrouvée en décembre dernier sous un mètre et demi d'eau.
Le modèle d'Herculanum
Pour faire face à cette situation, Roberto Cecchi manque de moyens. Ce haut fonctionnaire est secrétaire général du ministère des Biens culturels et commissaire à l'archéologie de la ville de Rome. Il dénonce la faiblesse des fonds dont il dispose : 0,21% du budget de la nation lui est affecté. Soit 1,7 milliard d'euros toutes disciplines confondues, et 729 millions pour la seule archéologie. Une misère, qui ne fait que diminuer d'année en année. Il semble loin le temps où l'architecte français Eugène Viollet-le-Duc s'émerveillait, en 1830, de la façon dont les Italiens « restauraient leurs vieux monuments, si nombreux, avec une obstination et porter à leur crédit, sans jamais cesser de les entretenir ». Restauration et entretien, explique Roberto Cecchi, sont « deux fonctions différentes du processus de conservation des monuments ». Depuis des années, l'Italie a cessé d'entretenir ses canaux, ses égouts et ses vieilles pierres. Il s'agit pourtant du même processus. « Nous devons éviter de penser à des interventions éclatantes qui resolvent la situation une fois pour toutes. L'archéologie requiert un traitement permanent, des interventions ciblées, une main-d'œuvre qualifiée capable de sélectionner les actions à entreprendre », dit Roberto Cecchi. Il rejoint en cela la méthode préconisée par le Conseil supérieur pour les biens culturels : « Recourir à une programmation préventive.» Conjurer le risque avant qu'il n'apparaisse. Traiter l’infiltration des eaux de pluie avant qu'elle ne provoque les effondrements. C'est ce que les archéologues d'Herculanum ont très bien compris. Au lieu d'investir dans la restauration de quelques domus, les 3 millions de dollars par an qu'un sponsor américain épris de vieilles pierres, David W. Packard, leur alloue depuis 2004, ils ont préféré remettre en état l'antique réseau de canaux souterrains qui évacuait les eaux vers la mer. Une approche payante : Herculanum, la ville jumelle et le port de Pompei, ne connaît plus d'effondrements. Rita Paris connaît bien le problème. Elle dirige le parc archéologique de l'Appia Antica, un complexe protégé de villas antiques, de cirques, de tombes et de mausolées qui s'étend sur 3 500 hectares à la sortie sud de Rome. Les problèmes y sont multiples : les dégâts des eaux, la lutte contre un vandalisme très actif le long de cette vole passante et contre les constructions abusives en pleine zone archéologique constituent son lot quotidien. Son principal souci est d'obtenir des crédits réguliers chaque année : « Ils n'ont pas forcément besoin d'être excessifs. Avec de 400 000 et 600 000 euros par an, on parvient à faire face à l'entretien ordinaire. » De quoi maintenir le parc en bon état.
Le ministre sur la sellette
Dans l'ensemble, les archéologues se montrent vivement opposes à l'organisation de spectacles dans les ruins, qu'il s'agisse des concerts exceptionnels sur le forum de Pompei, des ouvertures nocturnes ou encore de l'emploi massif de techniques audio-visuelles pour « raconter » une histoire qui, pour eux, est suffisamment « parlante ». C'est l'un des reproches qu'ils font au ministre des Biens culturels, Sandro Bondi, également accuse de n'avoir pas prévu les derniers effondrements de Pompei, malgré plusieurs signes avant-coureurs. Le ministre est aussi conteste pour ses nominations : trois « intendants » à Pompei en dix-huit mois, une valse de « managers » qui s'emparent du pouvoir sans avoir pour autant les connaissances archéologiques requises. « Il mène une politique faite d'opportunisme, d'apparences, d'improvisations, de recours systématique et des interventions exceptionnelles et de mesures extraordinaires. Ce n'est pas ce dont le secteur a besoin », relève le Giornale dell'Arte. Le ministre fait l'objet au Parlement d'une motion de censure qui sera examinée en ce mois de janvier 2011. Et que dire du Colisée, le monument le plus visité d'Italie avec 3,2 millions de touristes par an ! Diego della Valle, l'industriel des chaussures Tod's, a proposé au printemps dernier d'en financer intégralement le « lifting » approfondi, un coût évalué à 25 millions d'euros sur trois ans. « Je n'ai aucune intention d'en faire une opération commerciale. Vous ne verrez jamais mes chaussures en poster sur le théâtre Flavien », assure-t-il. Fin décembre, l'administration n'avait toujours pas répondu à son offre. « Ce serait pourtant le moment de réfléchir au financement de la politique culturelle », dit-il au Figaro.