giovedì 29 dicembre 2011

domenica 18 dicembre 2011

Le rovine di Boscotrecase distrutta eruzione del Vesuvio nel 1906


Le rovine di Boscotrecase distrutta eruzione del Vesuvio nel 1906.

sabato 17 dicembre 2011

mercoledì 14 dicembre 2011

L´atto d´accusa della Coldiretti "I disastri? Colpa dell´avidità"

L´atto d´accusa della Coldiretti "I disastri? Colpa dell´avidità"
MARCO PREVE
GIOVEDÌ, 03 NOVEMBRE 2011 LA REPUBBLICA Genova

Il presidente regionale Germano Gadina: "Ogni anno le stesse domande"

"Continuo furto di terreno agricolo utilizzato per edificare e cementificare"

La violenza eccezionale delle piogge, certo, ma c´è anche un´altra componente, che fino ad oggi nessuno aveva tirato in ballo così chiaramente, per trovare le possibili cause del disastro dello spezzino: l´avidità.

Lo fa Germano Gadina, presidente regionale per la Liguria degli agricoltori di Coldiretti: «In Liguria l´avidità si è mostrata, negli ultimi 50 anni, nel continuo furto di terreno agricolo utilizzato per edificare, cementificare, appiattire, livellare, apportare modifiche permanenti al bene "paesaggio" con l´erronea convinzione che i processi costruttivi potessero essere la chiave dell´economia ma in realtà con una sola certezza: sui terreni dove si è costruito, l´attività agricola non si farà mai più».

Il tema è quanto mai attuale specie dopo che il tema dell´abbandono della terra - come coltivazione e quindi come cura - da parte di molti abitanti delle Cinque Terre, a favore della rendita garantita dall´affitto delle case ai turisti sta suscitando un acceso dibattito che vede tra i più duri contestatori di questa svolta lo scrittore spezzino Maurizio Maggiani.

«Probabilmente - dice Gadina - considerata la caratteristica dell´evento nessuna opera dell´uomo sarebbe stata d´aiuto per evitare tale disastro. Ciò nonostante, a meno di un anno dalle alluvioni che avevano provocato milioni di euro di danni sempre nel territorio di La Spezia, siamo nuovamente qui, attoniti e disperati, per farci delle domande e darci delle risposte».
Gadina si rifà alle recenti parole del cardinale Angelo Bagnasco sull´avidità come peccato capitale dei nostri tempi per poi chiedersi: «Non so se dopo 50 anni di questa impostazione, aggravata dai più vasti cambiamenti climatici di carattere mondiale, si sia giunti al punto di non ritorno. So solo che è necessario il forte impegno delle istituzioni, spesso non del tutto compiuto, per salvaguardare le aree sensibili della nostra regione attraverso il mantenimento dell´attività agricola. Coldiretti si è sempre impegnata nel sottoporre all´attenzione delle amministrazioni locali le proprie proposte, partendo dal presupposto inequivocabile che l´attività agricola è una importante risorsa economica che si presta benissimo a valorizzare l´altra risorsa, quella turistica, per la quale la nostra regione primeggia. Oggi più di ieri è chiaro che se continuiamo con il solo cemento spariranno entrambe».

sabato 10 dicembre 2011

CEMENTIFICAZIONE, IL VIZIO DI TUTTI

CEMENTIFICAZIONE, IL VIZIO DI TUTTI
MASSIMO PAOLI
LUNEDÌ, 07 NOVEMBRE 2011 IL TIRRENO -- Attualità

Alla fine la natura avrà anche fatto la sua parte nel determinare il disastro delle Cinque Terre prima e di Genova poi, ma come ha ben detto nel suo editoriale di alcune domenica fa anche il direttore Bernabò, credo sia evidente a tutti che il tema vero posto dalle pressioni naturali di questi giorni sia il sostanziale abbandono della manutenzione dei suoli e delle infrastrutture idrogeologiche (fiumi, laghi ecc.).
Non è sinceramente accettabile che un acquazzone, pur intenso e particolarissimo (in ogni caso non di certo un uragano), non appena lasci cadere concentrazioni d’acqua più elevate della media o duri più di un paio di giorni, faccia cadere argini, allaghi aree industriali e ora anche aree urbane di metropoli con centinaia di milioni di euro di danni, rovini la vita a migliaia di persone. Stavo per dire, nel 2011 non è accettabile, ma ormai siamo nel 2012 e, a parte la profezia “maya” che aleggia su di noi, allora lo è anche meno.
Diciamo la verità l’unica politica veramente bipartisan di questo paese è sempre stata solo quella che riguarda la cementificazione dei suoli e dei territori, l’abbandono, i condoni e le altre amenità che accompagnano la devastazione dei suoi assetti idro-geologici. Non voglio dire che i comportamenti tenuti sono tutti uguali, a livello nazionale il centro destra è largamente in vantaggio nel virtuale “premio Attila” che potremmo assegnare. Ma a livello locale, pur non condividendo certi estremismi “verdi”, si deve ammettere che anche in alcune realtà amministrate da sempre dalla sinistra, l’ambiente non è stato ai primi posti dell’attenzione politica e sociale.
Ovviamente viene da pensare a cosa diavolo ci stanno a fare le autorità preposte al controllo e alla manutenzione idro-geologici e tra queste spiccano per incomprensibilità del mandato, o meglio, per incomprensibilità dell’interpretazione di tale mandato, i consorzi di bonifica che oltretutto riscuotono una sempre più discussa e discutibile tassazione specificatamente mirata alla conduzione idro-geo-dinamica dei suoli, e con esse le autorità dei bacini e così via. Ce la potremmo cavare dicendo, come in molte-troppe altre occasioni, che in realtà mancano le risorse, ma se penso a quei torrenti che alle Cinque Terre hanno spazzato via intere realtà e ucciso 11 persone o a quell’argine venuto giù a Genova come se fosse di burro provocando le condizioni per la morte di altre 6 (evento questo particolarmente sfortunato), mi viene da pensare più semplicemente che la manutenzione del territorio non portando troppi voti in verità non “meriti” troppa attenzione.
Ma non si può nemmeno crocifiggere solo la classe politica, perché questo è un tipico tema di cultura democratica generale.
Quando si parla di attenzione alle problematiche degli equilibri idro-geologici dei suoli, i cittadini normali, la cosiddetta società civile che fine fa? Non posso dimenticare i “dollari agli occhi” dei mille piccoli proprietari pronti ad allargare le loro casette del fatidico 20% in più (anche se in territori delicati) prevista da una delle tante scellerate iniziative di questo governo, poi rientrata almeno in parte. Non posso dimenticare la spinta costante che deriva dagli abusi, non di pochi, non di alcuni reietti, ma abusi di massa che cementificano i corsi d’acqua, che disboscano, che trasformano annessi agricoli in casali dai cubaggi spaventosi, che sconfinano nelle aree di esondazione, che mettono a rischio di frana intere colline. No, non è soltanto la classe politica ad essere sotto accusa in questi momenti, lo siamo tutti. Un “tutti”, però, che per una volta non deve e non può trasformarsi in “allora nessuno”. Ci vuole una nuova consapevolezza ambientale. Dobbiamo farci entrare nel DNA culturale un principio, semplice quanto rivoluzionario, l’economia insostenibile ci porta all’insostenibilità dell’economia, dobbiamo abolire i modelli di sviluppo scellerati, distruttori delle risorse non facilmente ricostruibili proprio come gli assetti idro-geologici.

lunedì 5 dicembre 2011

I CARNEFICI DEL TERRITORIO

I CARNEFICI DEL TERRITORIO
CARLO PETRINI
SABATO, 05 NOVEMBRE 2011 LA REPUBBLICA- Commenti

Il 4 novembre 1966 l´Arno invase Firenze. Dopo 45 anni nulla è cambiato. Si resta sgomenti. L´Italia non regge più ore e giorni di pioggia. Muoiono persone, e anche una sarebbe troppo. Muoiono bambini.

Non servono più gli allarmi se i sindaci non mettono in atto misure di prevenzione. Se il clima è cambiato, se a Genova in cinque minuti sono caduti 50 millimetri di acqua, dobbiamo cambiare anche noi.

Altrimenti si continuerà a morire, nelle grandi città e nelle nostre case che crediamo sicure. A Genova il sindaco ha lasciato scuole e uffici aperti, e solo ieri sera ha proibito, per oggi, il traffico di auto. Troppo tardi.

Oltre alla profonda tristezza, da lacrime agli occhi, si resta increduli nonostante lo si sia detto troppe volte. Si denunciano lo scellerato consumo di suolo libero, la cementificazione selvaggia, l´incuria cui sono sottoposti i terreni demaniali in svendita, i boschi, le coste e i suoli che un´agricoltura in crisi come non mai non riesce più a curare. Lo Stato da anni taglia fondi e personale per la cura del territorio. Pensano alle grandi opere e non si preoccupano più delle piccole.

Minime, ma che a volte salvano vite. Ci sono delle colpe. Gravi.

L´altro ieri il ministro dell´Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ammetteva il fallimento dell´impegno principale assunto sull´ambiente. Come ha dichiarato la ministro in commissione al Senato, il miliardo di euro stanziato con la Finanziaria 2010 per la messa in sicurezza del territorio non è mai stato reso disponibile. Con la legge di stabilità è stato anche ufficialmente cancellato e sostituito con un impegno del tutto generico, e non vincolante. Queste sono colpe, per cui un normale cittadino verrebbe condannato.

Non c´è crisi che tenga di fronte alla cura del bene comune, il primo impegno che ogni Stato degno di questo nome dovrebbe avere.
Non c´è cura se non si cura la piccola agricoltura di qualità, che in molte zone ritenute "arretrate" ha salvato dal naufragio (umano nonché meteorologico) intere aree del Paese. Non c´è cura se si preferisce l´agricoltura dei grandi numeri, quella industriale che dicono «competitiva», che alla fine desertifica.

Non c´è cura se c´è cemento ovunque. Non c´è cura se il soldo arriva a prevalere sul buon senso, quello che potrebbe salvare i nostri territori dalla bruttezza e dall´insicurezza più letale.
Smettiamola di dire che le alluvioni sono eventi eccezionali. Perché le abbiamo rese normali.

Di fronte a cittadini ormai disabituati alla cura, lo Stato e la politica su questo fronte hanno colpe enormi. Sono anni che non si vede tra le priorità di un programma elettorale o di governo la difesa del territorio, nemmeno tra i riempitivi. Spero che mentre si contesta questo governo, visti i drammi recenti, i partiti inizino a pensarci seriamente, a programmare, a spendere parole e impegni forti, proprio a partire dalle adunate di piazza. Spero che ascoltino quella buona parte di società civile che lo chiede da tempo e già ci lavora con passione e sacrifici. O quegli agricoltori distrutti dai debiti che nonostante tutto lo fanno ogni giorno, nel proprio podere.

Un poeta come Tonino Guerra un anno fa mi ha detto: «L´Italia non è più bella come una volta, è inutile che mi rompano le scatole, perché una volta c´era chi la curava. Non erano dieci persone messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che l´abitavano: i contadini. Dobbiamo riapprendere quella forza d´amore che avevano loro».

Qui non è più sufficiente indignarsi, bisogna tornare ad amare per davvero questa terra. Vilipesa non soltanto nei comportamenti inqualificabili di chi governa, ma nell´indifferenza di fronte a scempi che non sono più tollerabili. Anche se non lo erano già ben prima di arrendersi allo sgomento di questi tristi giorni della nostra storia.

giovedì 1 dicembre 2011

Lo stivale di cemento del Belpaese

Lo stivale di cemento del Belpaese
Camilla Minarelli

(Terra Milano)

AMBIENTE. La denuncia di “Salviamo il paesaggio”: in Italia, dove ci sono 10 milioni di case vuote, bisogna smettere di costruire.

Negli ultimi trent’anni abbiamo cementificato un quinto dell’Italia, circa 6 milioni di ettari mentre sono 10 i milioni di case vuote. Eppure si continua a costruire. Questa la denuncia dell’assemblea ‘Salviamo il Paesaggio’, tenutasi nei giorni scorsi in un luogo simbolo: Cassinetta di Lugagnano (Mi), primo comune d’Italia ad avere deliberato la crescita zero del proprio Piano di Gestione del Territorio. A Cassinetta, quindi, non si possono costruire nuove abitazioni, ma si può solo recuperare l’esistente. L’iniziativa nasce da un’idea del Movimento Stop al Consumo di Territorio e dell’associazione Slow Food e vanta l’adesione di organizzazioni come Legambiente, LIPU, Movimento per la Decrescita Felice, Altreconomia, Associazione Comuni Virtuosi, oltre a più di 400 gruppi e comitati locali. Cuore tematico della campagna, la speculazione edilizia e l’abusivismo, spesso al centro di disastri o emergenze ambientali. Secondo quanto emerso dall’ultimo censimento 2011 sulle aree rurali, La Lombardia è scesa sotto la soglia del milione di ettari di territorio agricolo disponibile.

Sul totale delle superfici consumate, i due terzi riguardano proprio quelle più fertili. Con un impatto sia sulla produzione alimentare che sulla difesa ambientale. Ogni anno perdiamo una potenzialità di produzione, spiega Coldiretti Lombardia, pari a 27 mila tonnellate di grano e si riduce di 850 mila tonnellate la capacità del terreno di immagazzinare anidride carbonica che così, in parte, finisce nell’aria che respiriamo. «Una volta che si è cementificato, non si torna più indietro» ha commentato Pietro Raitano, direttore di Altraeconomia, «Questo è il vero debito pubblico che dobbiamo saper affrontare». Tre gli obiettivi cardine dell’Assemblea: fare un censimento in tutti i Comuni italiani degli alloggi sfitti o degli edifici inutilizzati; una campagna di comunicazione; una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela del paesaggio e del suolo, da sottoporre alla necessaria raccolta firme e, quindi, da suggerire alle commissioni parlamentari.

«Io la definirei una ventata di nuova democrazia, perché i cittadini si riappropriano di un loro bene comune» ha dichiarato Alessandro Mortarino, coordinatore del Movimento Stop al Consumo di Territorio. Presenti all’incontro c’erano anche e soprattutto loro, i veri protagonisti della terra, nonché della produzione alimentare. I contadini. L’Assemblea ha visto inoltre la partecipazione di oltre 500 persone provenienti da 18 regioni. Mentre le prime adesioni individuali per un’iniziativa a così ampio raggio contro il consumo di territorio sono già arrivate a quota 4000: ad aderire docenti universitari, sindaci, urbanisti e architetti, produttori agricoli, tutti pronti a fare fronte comune contro una dei problemi riguardanti il nostro futuro. Secondo Stefano Boeri, assessore per l’Expo, «L’Expo deve essere un traguardo. Per il 2015 cercheremo di diventare una grossa metropoli agricola». Perché i suoli fertili sono una risorsa preziosa, e non rinnovabile.
http://www.terranews.it/news/2011/11/lo-stivale-di-cemento-del-belpaese

martedì 29 novembre 2011

Ruderi di un Tempio - forse dedicato a Venere - a Baia


Ruderi di un Tempio - forse dedicato a Venere - a Baia.

domenica 27 novembre 2011

venerdì 25 novembre 2011

I carnefici del territorio

La Repubblica 5.10.11
I carnefici del territorio
Carlo Pietrini

Il 4 novembre 1966 l´Arno invase Firenze. Dopo 45 anni nulla è cambiato. Si resta sgomenti. L´Italia non regge più ore e giorni di pioggia. Muoiono persone, e anche una sarebbe troppo. Muoiono bambini.
Non servono più gli allarmi se i sindaci non mettono in atto misure di prevenzione. Se il clima è cambiato, se a Genova in cinque minuti sono caduti 50 millimetri di acqua, dobbiamo cambiare anche noi. Altrimenti si continuerà a morire, nelle grandi città e nelle nostre case che crediamo sicure. A Genova il sindaco ha lasciato scuole e uffici aperti, e solo ieri sera ha proibito, per oggi, il traffico di auto. Troppo tardi.
Oltre alla profonda tristezza, da lacrime agli occhi, si resta increduli nonostante lo si sia detto troppe volte. Si denunciano lo scellerato consumo di suolo libero, la cementificazione selvaggia, l´incuria cui sono sottoposti i terreni demaniali in svendita, i boschi, le coste e i suoli che un´agricoltura in crisi come non mai non riesce più a curare. Lo Stato da anni taglia fondi e personale per la cura del territorio. Pensano alle grandi opere e non si preoccupano più delle piccole. Minime, ma che a volte salvano vite. Ci sono delle colpe. Gravi.
L´altro ieri il ministro dell´Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ammetteva il fallimento dell´impegno principale assunto sull´ambiente. Come ha dichiarato la ministro in commissione al Senato, il miliardo di euro stanziato con la Finanziaria 2010 per la messa in sicurezza del territorio non è mai stato reso disponibile. Con la legge di stabilità è stato anche ufficialmente cancellato e sostituito con un impegno del tutto generico, e non vincolante. Queste sono colpe, per cui un normale cittadino verrebbe condannato. Non c´è crisi che tenga di fronte alla cura del bene comune, il primo impegno che ogni Stato degno di questo nome dovrebbe avere.
Non c´è cura se non si cura la piccola agricoltura di qualità, che in molte zone ritenute "arretrate" ha salvato dal naufragio (umano nonché meteorologico) intere aree del Paese. Non c´è cura se si preferisce l´agricoltura dei grandi numeri, quella industriale che dicono «competitiva», che alla fine desertifica. Non c´è cura se c´è cemento ovunque. Non c´è cura se il soldo arriva a prevalere sul buon senso, quello che potrebbe salvare i nostri territori dalla bruttezza e dall´insicurezza più letale.
Smettiamola di dire che le alluvioni sono eventi eccezionali. Perché le abbiamo rese normali. Di fronte a cittadini ormai disabituati alla cura, lo Stato e la politica su questo fronte hanno colpe enormi. Sono anni che non si vede tra le priorità di un programma elettorale o di governo la difesa del territorio, nemmeno tra i riempitivi. Spero che mentre si contesta questo governo, visti i drammi recenti, i partiti inizino a pensarci seriamente, a programmare, a spendere parole e impegni forti, proprio a partire dalle adunate di piazza. Spero che ascoltino quella buona parte di società civile che lo chiede da tempo e già ci lavora con passione e sacrifici. O quegli agricoltori distrutti dai debiti che nonostante tutto lo fanno ogni giorno, nel proprio podere. Un poeta come Tonino Guerra un anno fa mi ha detto: «L´Italia non è più bella come una volta, è inutile che mi rompano le scatole, perché una volta c´era chi la curava. Non erano dieci persone messe lì e pagate dallo Stato, erano quelli che l´abitavano: i contadini. Dobbiamo riapprendere quella forza d´amore che avevano loro». Qui non è più sufficiente indignarsi, bisogna tornare ad amare per davvero questa terra. Vilipesa non soltanto nei comportamenti inqualificabili di chi governa, ma nell´indifferenza di fronte a scempi che non sono più tollerabili. Anche se non lo erano già ben prima di arrendersi allo sgomento di questi tristi giorni della nostra storia.

mercoledì 23 novembre 2011

martedì 22 novembre 2011

martedì 15 novembre 2011

“Il cemento ha consumato la terra”

il Fatto 6.11.11
Il geologo Mario Tozzi
“Il cemento ha consumato la terra”
Michela Gargiulo

Un consumo bulimico del territorio”. Quello che è successo a Genova e alle Cinque Terre non è soltanto l’effetto della natura che cambia. Mario Tozzi, impegnato su Radio 2 per la trasmissione “Tellus”, studia da anni questi fenomeni.
Tozzi, in poche ore è piovuto quanto piove in un anno. Quali sono le ragioni?
Sono ormai 20 anni che assistiamo a piogge sovrabbondanti. Ci sono state anche discussioni in Senato, non siamo solo noi geologi a dirlo. Poi il territorio italiano è giovane, attivo. Questo è un paese dove ci sono vulcani, terremoti, fenomeni di assestamento. Un terzo motivo è che abbiamo avuto un consumo bulimico del territorio. Cemento e infrastrutture hanno consumato la terra. Abbiamo mangiato il suolo rendendo il terreno impermeabile. L'acqua non penetra più, scivola e va via. Si è costruito troppo dove non si doveva. Le case sono state costruite anche sugli argini dei fiumi. A ogni disastro tutti pongono il problema dei detriti che ostruiscono il corso dei fiumi. Il problema non sono tanto i detriti, ma il fatto che l'uomo ha ridotto gli alvei dei corsi d'acqua.
I morti della Liguria sono come quelli di Giampilieri, a
Messina. Colpa della natura o dell'uomo?
La colpa è dell'uomo, le catastrofi naturali non esistono. Abitiamo in posti dove non dovremmo stare. I genovesi d'altri tempi stavano nelle alture.
Si parla di cambiamenti climatici e surriscaldamento del pianeta. È un fenomeno irreversibile o si può intervenire?
È un fenomeno parzialmente naturale, ma l'uomo ha accelerato il processo di surriscaldamento. Il carattere violento di queste perturbazioni ne è una conseguenza. Si devono ridurre le emissioni inquinanti. È un processo che deve riguardare tutti i paesi del mondo.
L'Italia è un paese a forte rischio idrogeologico. Quali sono le regioni più a rischio?
La Liguria e la Toscana, ma anche l'alto Lazio, la Campania e la Sicilia. Io considero a rischio frane anche il Trentino. Lì però non si sono mai registrate vittime perchè c'è stato un uso più attento del territorio.
Quali scelte deve fare la politica nei territori a rischio?
I sindaci devono fare un passo indietro rispetto all'uso del territorio. Purtroppo si pensa che si guadagni consenso solo con l'edilizia e il cemento.
L'associazione dei Comuni virtuosi lancia una proposta: moratoria sulle grandi opere e i soldi da destinare contro il dissesto idrogeologico. Che ne pensa?
Sono d'accordo. Li conosco e sarò con loro lunedì prossimo.
Cosa si deve insegnare ai nostri figli?
Bisogna che capiamo prima noi che è necessario fare un passo indietro rispetto a scelte non rispettose della natura e del territorio. Riprendere ritmi naturali, rinaturalizzare i corsi d'acqua, ritornare a vivere dove e come si viveva un tempo. Il cemento non serve,, bisogna recuperare la terra.

mercoledì 9 novembre 2011

Iconografia del colle Quirinale ai tempi di Paolo V - Carlo Losi - 1774


Iconografia del colle Quirinale ai tempi di Paolo V - Carlo Losi - 1774

sabato 29 ottobre 2011

venerdì 28 ottobre 2011

Bosco di quercie nel giardino del Quirinale


Bosco di quercie nel giardino del Quirinale.

giovedì 27 ottobre 2011

L'appello del Fai. Ricordati di salvare l'Italia

L'appello del Fai. Ricordati di salvare l'Italia
Maurizio Dalla Palma
Donna moderna 12/10/2011
«Quando tutto va a pezzi, una famiglia cerca di proteggere la casa» dice in questa intervista Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fondo Ambiente Italiano. “E’ il nostro patrimonio naturale e artistico è la "casa" degli italiani». È la risorsa più preziosa che abbiamo. Solo tutelando e valorizzando le bellezze del Paese potremo uscire dalla crisi. Per questo il Fai lancia una campagna di raccolta fondi. Aderisci anche tu!

Usare il patrimonio di arte e bellezze naturali, il "petrolio" d'Italia, come leva per risollevare il Paese dalla crisi economica. Riscoprire la risorsa più preziosa, quella che ci rende unici al mondo, per salvarci e ritrovare un'identità smarrita. Perché il nostro "oro nero" è quella lista infinita di capolavori artistici e architettonici, siti naturalistici, musei, teatri, che possono servire per rilanciare economia, occupazione, turismo. È l'appello del Fai, Fondo Ambiente Italiano, che lancia dal 4 al 31 ottobre una grande campagna di raccolta fondi a favore della cultura. Il Fai, fondazione privata senza scopo di lucro, da 35 anni coltiva la missione di recuperare i beni culturali. Gestisce 46 siti, ha 112 delegazioni e attraverso 7 mila volontari organizza eventi come Festa "alla" Piazza, che si terrà i115 e 16 ottobre con visite guidate e iniziative in oltre 60 città, in appoggio alla raccolta fondi. Ma l'erosione dei tesori culturali corre più veloce dell'impegno per salvarli. Chiediamo a Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fai, se è questo il motivo per chiamare la campagna: «Ricordati di salvare l'Italia». «Il senso dell'appello è questo: quando tutto va a pezzi, in una famiglia si cerca di salvare la casa. Il nostro patrimonio culturale e naturalistico è l'abitazione degli italiani. Se recuperato e valorizzato può essere un'opportunità per cambiare in meglio questo sistema economico, colpito dalla crisi». La cultura è il "petrolio" dell'Italia? «Deve esserlo. Le scarpe e le automobili possono farle anche a Pechino. Se l'Italia perde la cultura, rimane senza una risorsa fondamentale. Ma bisogna imparare ad amarla. Se trattiamo la cultura come un prodotto qualsiasi si rischia la mercificazione. Sentiremo ancora proposte come quella del sindaco di Agrigento, che vuole mettere all'asta il "marchio" della Valle dei Templi». La cultura ci può aiutare a uscire dalla crisi economica? «Il 13 per cento della ricchezza prodotta ogni anno in Italia è dato da turismo e attività culturali. Poco, per il Paese con il maggior numero di siti dichiarati Patrimonio dell'umanità dall'Unesco: 47. Ci poniamo l'obiettivo di raddoppiare la percentuale. Vogliamo rimediare al fatto che Francia e Ger, i mania, meno ricche di storia, abbiano più visitatori. All'estero hanno capito che la cultura rende». Non sappiamo valorizzarla? «Assolutamente. Ma il peggio è che non sappiamo quanto è grande il rischio di non farlo. Lo sa che l'Italia è solo quindicesima nella classifica dei Paesi a propensione turistica, superata perfino dalla Svizzera?». Per la cultura non ci sono soldi? «Gli stanziamenti sono lo 0,19 per cento del bilancio dello Stato, circa 1 miliardo e 500 milioni di euro, in calo del 30 per cento negli ultimi cinque anni. La Francia investe 1'1 per cento; l'Inghilterra 1'1,20: sei volte di più!». Risultato: la casa cade a pezzi... «I crolli avvenuti l'anno scorso a Pompei hanno fatto più male all'Italia di qualsiasi altra cosa. Danneggiano l'immagine del Paese, quel che i nostri imprenditori vendono all'estero. Ma molti italiani ancora non s'indignano a vedere che c'erano cani liberi di fare i lo- ro bisogni tra le rovine di Pompei». Il Fai ha 35 anni: se non ci fosse stato, cosa avrebbero perso gli italiani? «La Fondazione ha salvato 46 beni, ricevuti con donazioni e affidamenti. Senza di noi l'abbazia di San Fruttuoso, in Liguria, non sarebbe così bella. Nella Valle dei Templi, in pieno degrado, gestiamo il Giardino della Kolymbetra, un paradiso archeologico. Ma soprattutto in questi 35 anni sarebbe mancata una voce autorevole che ricordasse alle istituzioni che la nostra casa è il patrimonio culturale». Come è andato il 2011? «In un periodo di risorse calanti, abbiamo restaurato e aperto il negozio Olivetti in Piazza San Marco, a Venezia. L'architetto Carlo Scarpa ha realizzato nel 1958 uno spazio commerciale piccolissimo e perfetto. E abbiamo completato il restauro di Villa dei Vescovi, sui Colli Euganei. Quell'edificio grandioso ha inaugurato l'epoca delle ville venete: l'architettura dell'interno è in armonia con il paesaggio, ancora ben conservato». C'è poi il Bosco di San Francesco ad Assisi. «Sarà riaperto 1'11 novembre. Per chi, come me, vive in Umbria è una grande emozione: un percorso tra gli alberi, antico di 800 anni, che parla allo spirito anche per la presenza di un'opera dell'artista contemporaneo Michelangelo Pistoletto». Quali progetti volete finanziare nel 2012 anche grazie alle donazioni? «Ricordo, tra gli altri, Punta Mesco a Levanto, una proprietà con lecci, pini d'Aleppo, ulivi, vigneti. Devono essere restaurate Casa e Torre Campatelli a San Gimignano e Palazzo Noha a Matera, nella zona più antica dei Sassi, edificato tra il XVI e il XVII secolo. E sul lago di Como la Torre medievale di Ossuccio e la Velarca, una casa-barca progettata dallo studio che ha firmato la Torre Velasca a Milano.. Il maestro Riccardo Muti ha detto che per i politici la cultura è un passatempo inutile. Condivide? «La cultura è considerata un modo per prendere i voti. I politici mettono sullo stesso piano il finanziamento alla Sagra della pappardella con una stagione concertistica. Ma non è così. C'è bisogno di qualità». Con i tagli alla spesa pubblica la cultura potrebbe contendersi le risorse con sanità, scuola, trasporti... «È evidente che l'Italia ha problemi di bilancio. Ma un governo deve avere l'occhio lungo e immaginare il Paese tra 30 anni. Se facciamo quadrare i conti a scapito della cultura noi paghiamo un prezzo che sarà molto alto. Chi parteciperà alla nostra raccolta fondi, oltre a sostenerci, testimonierà la protesta contro le istituzioni che non credono nello sviluppo attraverso la cultura».

Anche loro appoggiano il Fai 1. Martina Colombari, attrice: «Il patrimonio ambientale in cui viviamo ha bisogno di aiuto! Facciamo sì che il nostro sia sempre il Paese più bello del mondo!». 2. Massimo Ghini, attore: «L'ambiente e il patrimonio culturale sono l'eredità più importante che possiamo trasmettere ai nostri figli. Per questo sostengo il Fai». 3. Raffaele Paganini, ballerino: «Amo l'Italia e per questo sostengo il Fai». 4. Giulio Scarpati, attore: «E’ importante essere a fianco del Fai: col suo impegno ogni anno molti beni italiani vengono recuperati e restituiti a tutti noi». 5. I Pooh, popstar: « Facciamo molto poco per proteggere i nostri beni artistici e paesaggistici. "Ricordati di salvare l'Italia" è una mobilitazione di grande significato civile».

martedì 25 ottobre 2011

È nata l'«Associazione parchi e giardini d'Italia»

È nata l'«Associazione parchi e giardini d'Italia»
Il Sole 24 ore - Domenica 9/10/2011
Nata a Roma l'Associazione parchi e giardini d'Italia (Apgi) promossa da Arcus spa e composta da numerose istituzioni (Associazione Civita, Associazione dimore storiche italiane, Fai, eccetera). Apgi ha lo scopo di promuovere congiuntamente la conoscenza e lo studio storico, lo scambio di esperienze e informazioni, il confronto sui sistemi di gestione e manutenzione dei parchi e dei giardini. L'ambasciatore Ludovico Ortona è il presidente della nuova associazione.

sabato 22 ottobre 2011

Alberi storici tutelati come monumenti

Alberi storici tutelati come monumenti
Al. Ar.
Corriere della Sera 8/10/2005
ROMA — E' una tradizione per la Sardegna la longevità. Per gli uomini, come per gli alberi. Ed infatti vive a San Baltolu di Luras (Sassari) l'albero da record: un oleastro che ha impiegato oltre duemila anni per diventare alto 15 metri e largo quasi 12. E' lui l'albero piu vecchio d'Italia. E' lui il capostipite dei «patriarchi verdi», circa 150 esemplari in tutta Italia di alberi monumentali che presto verranno tutelati come fossero la Pietà di Michelangelo o la Porziuncola di San Francesco.
Oggi danneggiare un albero che si trascina dietro millenni di storia o di tradizione, ma anche credenze popolari, é un reato che viene punito con una sanzione amministrativa. «Ma abbiamo pronta una legge che farà diventare penali questi reati», garantisce Gianni Alemanno, il ministro per le Politiche agricole che ieri ha annunciato direttamente al presidente della Repubblica la nuova normativa a tutela di questo storico patrimonio ambientale.
Si festeggiavano i 183 anni del Corpo forestale dello Stato, ieri. E alla cerimonia a Roma Carlo Azeglio Ciampi ha accolto con favore la nuova legge sugli alberi monumentali, un patrimonio che proprio il Corpo forestale da oltre vent'anni si sta occupando di censire, curare, catalogare. «Sono sempre stato vicino al Corpo forestale», ha detto Ciampi. E ha aggiunto: «E' importante la cultura dell'ambiente».
E' importante rispettarlo l'ambiente che ci sta intorno. E conoscerlo. Cominciando proprio dai «patriarchi verdi». «Per i forestali questi giganti della natura rappresentano molto di piu di un patrimonio di cultura e biodiversità da tutelare», dice Cesare Patrone, capo del Corpo forestale. E spiega: «Questi alberi monumentali sono un libro aperto, una pergamena srotolata a cavallo dei millenni che contiene informazioni vive e trascrizioni dettagliate in grado di farci fare un balzo verso il mondo lontano degli ecosistemi che li hanno generati».
Sono oltre vent'anni che le guardie forestali girano in lungo e in largo per boschi e radure a caccia di questi gioielli antichi. E stanno ancora faticando a stabilire a chi tra di loro spetti la palma dell'albero piu alto. Perché stabilire qual é quello piu largo é facile, alla fine. A Sant'Alfio, in provincia di Catania, alle pendici dell'Etna, c'é un Castagno chiamato dei Cento Cavalli: é di ventidue metri la sua circonferenza, agevole misurare che é due metri piu grande di quell'altro castagno che vive a Mascali, sempre in provincia di Catania. Ma come si fa ad essere certi quando le misure si devono fare in altezza, verso il cielo?
Come si fa a stabilire se è piu alto il Liriodendro che cresce nel parco della Besana, in provincia di Como, o una delle Sequoie sempre verdi che crescono nel Biellese, nel Parco Burcina di Pollone, per la precisione? Infatti, non si stabilisce. E ci si deve accontentare di sapere che tutti e due svettano su nel cielo per oltre cinquanta metri, metro piu o metro meno. Ma se non ci si vuole accontentare si puo anche andare a vedere. Gli alberi più alti. O quelli che raccontano le storie di San Francesco o dei Briganti o di Garibaldi: c'é un libro che li racconta tutti ("Grandi alberi d'Italia". De Agostini). Lo hanno scritto i forestali.

sabato 15 ottobre 2011

Lapidi e monumenti, l’arte nei cimiteri

Lapidi e monumenti, l’arte nei cimiteri
ISOTTA BOCCASSINI
MERCOLEDÌ, 12 OTTOBRE 2011 IL TIRRENO -- Viareggio

Il Comune cataloga le opere di valore realizzate nei quattordici camposanti

MASSAROSA. Lapidi, tombe e loculi? La cura dei cimiteri sta a cuore a tutti ed assume ancor più importanza grazie al piano regolatore cimiteriale messo in atto dal comune di Massarosa.
Nei nostri cimiteri sono presenti innumerevoli lapidi commemorative, vere e proprie schegge di storia dimenticate senza che alcuna legge che le tuteli, e che, non raramente, versano in precarie condizioni di degrado e incuria.
Per questo motivo il Comune a seguito dell’approvazione del piano, avvenuto un anno fa, ha dato il via alla catalogazione di monumenti, lapidi e tombe che si trovano all’interno dei cimiteri del Comune e che abbiano rilevanza dal punto di vista storico/artistico. Sono quattordici i cimiteri interessati, per un totale di 137 opere inserite all’interno della catalogazione. L’architetto Mario Musetti si è occupato di portare a termine questo minuzioso studio, in concomitanza con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Lucca, analizzando monumento per monumento le caratteristiche che eventualmente l’avrebbero resa degna di una maggiore tutela rispetto alle altre. «Le tombe catalogate sono datate non oltre il 1960: si tratta di lapidi, statue e cappelle gentilizie che rappresentano un importante patrimonio per la collettività. Come stili, predominano la scuola pietrasantina e quella lucchese, ma nessuna opera risulta firmata».
Sui quattordici cimiteri presenti all’interno del Comune solamente sette contengono monumenti funebri di particolare rilevanza artistica: sono quelli di Bozzano, Quiesa, Massarosa, Pieve a Elici, Stiava, Corsanico e Massaciuccoli. «Da queste prime analisi, che sono state avviate l’11 aprile 2011 - prosegue l’architetto Musetti - la Sopraintendenza di Lucca potrà decidere di fare approfondimenti sulle opere che ritiene degne di maggiori studi e analisi».
Tra i monumenti, oltre a lapidi, tombe e cappelle gentilizie, troviamo figurativi come madonne, cristi, angeli alati, ma anche piangenti, tutti realizzati con marmo versiliese e in stile decisamente realistico. «Sono rimasto sorpreso dall’enormità di materiale a disposizione - conclude l’architetto -, e sono certo che molte opere saranno sottoposte dalla Sopraintendenza a ulteriori analisi e approfondimenti, col fine di garantirgli un’ulteriore tutela».
«Questa catalogazione è un impegno che ci eravamo assunti in Consiglio Comunale in occasione dell’approvazione del piano regolatore cimiteriale - spiega l’assessore Damasco Rosi. È un atto doveroso mettere fine al vuoto normativo che si protrae da molti anni, garantendo la tutela di monumenti di particolare pregio, ingiustamente sottovalutati e oggetto di degrado e incuria».

giovedì 29 settembre 2011

Paesaggio, oro d’Italia: vale 20 miliardi

Paesaggio, oro d’Italia: vale 20 miliardi
GIOVEDÌ, 18 AGOSTO 2011 IL giornale

LO STUDIO La Camera di commercio di Monza valuta il brand Belpaese

Chianti e Costiera amalfitana le zone più preziose. Colosseo e Duomo di Milano i fuoriclasse tra i monumenti
Non sono in vendita, né mai lo saranno, nemmeno nella crisi economica più nera, ma sapere che questi segmenti di Italia valgono così tanto dà un certo ottimismo e persino, pur trattandosi di vil moneta applicata alla bellezza senza tempo, un certo orgoglio. Colline del Chianti: 3,9 miliardi di euro. Costiera amalfitana: 3,5 miliardi. Versilia: 1,9. E via così. Fino a raggiungere una cifra complessiva di 20 miliardi di euro, spalmati su una dozzina di luoghi d’elezione. A stilare la classifica è stato l’Ufficio studi della Camera di Commercio di Monza e Brianza, partendo da un piccola notizia: se la Finlandia aveva chiesto in garanzia alla Grecia, per il famigerato salvataggio economico, beni di Stato come l’Acropoli, il Partenone e alcune isole incantevoli, non sarebbe quanto men- o opportuno sapere la cifra cui ammontano i nostri paesaggi più preziosi?
Dio non voglia che occorra ipotecarli - non è andata così nemmeno per la Greciama di certo abbiamo in casa l’equivalente e più di una manovra finanziaria piuttosto spinta. La Camera di Commercio ha poi valutato anche i singoli monumenti: il Colosseo a Roma sfiora i 91 miliardi, il Duomo di Milano 82, i Musei Vaticani, che comunque non sono in Italia, 90. Gli strumenti per stimare il nostro patrimonio paesaggistico sono stati l’Anholt Brand Index associato a dati di Registro delle Imprese, Istat, Agenzie del territorio, Regione Lombardia, Banca d’Italia. Tutto all’interno del progetto Eri, Economic Reputation Index, illustrato dal libro L’importanza di chiamarsi Brand (
Guerini e Associati). Questo «rating» molto positivo sui nostri luoghi rappresentativi (e per alcuni la valutazione poteva essere anche maggiore) ha tenuto presente anche il valore economico del territorio, la spesa dei turisti e il valore medio degli immobili. Ecco perché al top ci sono anche aree meno rinomate.

sabato 17 settembre 2011

I paesaggi dell'Italia tesoro miliardario

I paesaggi dell'Italia tesoro miliardario
Robert Tosin
Il Piccolo - Trieste 18/8/2011

Misurato il brand delle più belle località turistiche della Penisola
Il Chianti vale 4 miliardi, la costiera amalfitana 3,5. Brianza batte Cinque Terre

Altro che manovra. Se l'Italia potesse mettere sul mercato solo il suo brand, cioè il "marchio" potrebbe incassare decine di miliardi di euro. Lo certifica uno studio della Camera di commercio di Monza e Brianza che, in base a precisi parametri, ha calcolato il valore delle bellezze paesaggistiche della Penisola. Scoprendo valori di assoluto rilievo, ottenuti valutando il numero dei turisti richiamati, la dotazione alberghiera, la riconoscibilità del nome e il valore medio degli immobili. La regione che da questo punto di vista vale di più è la Toscana, dove solo le colline del Chianti sono stimate 4 miliardi di euro. Ma nel Belpaese ci sono altri gioielli niente male, per cui se qualcuno chiedesse garanzie economiche a fronte di prestiti (come ha fatto la Finlandia, che chiedeva un'ipoteca sull'Acropoli e sul Partenone in cambio di soldi per salvare l'economia della Grecia) avrebbe solo l'imbarazzo della scelta. Andiamo al mare? Ebbene, la costiera amalfitana vale 3,5 miliardi solo per il nome conosciuto in tutto il mondo, ma pure la riviera romagnola, da Rimini e fino al Conero può vantarsi di valere 2,3 miliardi di euro. La Versilia di Forte dei Marmi vale quasi 2 miliardi di euro. Curiosamente la Costa Smeralda tanto celebrata vale qualcosa meno, solo 1,5 miliardi, tanto quanto il Salento, mentre le Madonie siciliane sono stimate 2 miliardi di euro. Dal mare alla montagna, con le Dolomiti - da poco elette Patrimonio dell'umanità - sugli scudi, dall'alto di un valore stimato in 1,1 miliardi di euro. Tra i gioiellini minori c'è una piccola sorpresa: la Brianza (che però comprende anche i laghi tanto cari di questi tempi a George Clooney) ha un brand più pesante delle incantevoli Cinque Terre. Ma non stiamo comunque parlando di bruscolini: la prima vale 980 milioni di euro, le seconde "solo" 725 milioni. Una classifica di tutto rispetto che ben pochi altri Paesi al mondo potrebbero vantare. Secondo lo studio della Camera di commercio, che si basa su parametri reali pur avendo a oggetto un patrimonio non tangibile come quello del "nome" di un paesaggio (ma d'altra parte si fa così anche con i marchi dei prodotti più conosciuti, che hanno un valore al di là della produzione e della resa economica in sè), complessivamente l'Italia potrebbe mettere nel listino di un ipotetico mercato un patrimonio da 20 miliardi di euro.

Il Colosseo: marchio da 91 miliardi
Se i paesaggi italiani valgono solo per il nome e per le sensazioni che portano con sé, per i ricordi e le immagini, ci sono invece monumenti che portano le quotazioni a livelli da capogiro. Quanto può valere, infatti, il Colosseo? Prima della Camera di commercio di Monza e Brianza due conti deve averli fatti anche il patron di Tod's, Della Valle, che si è preso in carico un restauro milionario. E i conti li ha fatti di sicuro bene: il monumento italiano più celebre al mondo, secondo i calcoli che stimano il peso del brand, vale 91 miliardi di euro. incredibile? Certo che no, visto che basta attraversare il Tevere per trovarsi nei Musei Vaticani, il cui solo nome vale 90 miliardi di euro. E Milano, l'altra capitale d'Italia? Si deve accontentare del suo Duomo protetto dalla Madonnina: vale solo 82 miliardi di euro.

venerdì 16 settembre 2011

A Crotone, trivelle Eni su tempio greco

A Crotone, trivelle Eni su tempio greco
Alessia Candito
Terra 16/9/2011
Calabria. Protestano ambientalisti e residenti: il nuovo pozzo è nei pressi dell'area archeologica e praticamente affacciato sul parco marino. Eppure i permessi, ministeriali e degli enti locali, ci sono

Ai piedi di quello che fu il tempio di Hera, tra la scogliera di Capo Colonna e la riserva marina, nel crotonese, c'è movimento. A pochi metri dall'unica colonna dorica rimasta del santuario della dea, la Jonica sas, controllata del colosso dell’energia Eni, vuole scavare. Stando ai piani dell'azienda, un trivellatore direzionato , posizionato sulla sponda, presto inizierà a perforare il sottosuolo marino alla ricerca di metano, fino all'esaurimento del giacimento. Un'operazione che secondo la controllata del cane a sei zampe durerà almeno 220 giorni. Del resto, è una zona che i tecnici Eni conoscono bene e sfruttano da tempo. Dai fondali crotonesi, l'azienda estrae 17 miliardi di metri cubi l'anno, gas sufficiente a coprire il 16 per cento del consumo nazionale. Ma all'Eni non basta, c'è da aprire un nuovo pozzo. Un progetto impossibile da realizzare, almeno sulla carta. Troppo vicino all'area archeologica e praticamente affacciato sul parco marino. Eppure, la Ionica spa sembra avercela fatta. Il ministero dell'Ambiente, di concerto con quello dei Beni Culturali, ha espresso giudizio positivo di compatibilità ambientale per la realizzazione del nuovo pozzo Eni, chiamato "Hera Lacinia 18". Un beffardo omaggio alla dea, per gli ambientalisti della zona, che ricordano «in nome di Hera un tempo si erigevano templi e oggi si distruggono fondali e territorio». Anche le autorità locali sembra non abbiano fatto alcuna resistenza nel fornire nulla osta, autorizzazioni e pareri necessari. Poi allegati dall'azienda al plico spedito al ministero. Si va dal Comune di Crotone, che ha attestato la compatibilità del pozzo con la destinazione «agrituristica» della zona, alla Soprintendenza dei beni paesaggistici che ha ritenuto l'opera compatibile «con i valori paesaggistici riconosciuti dal vincolo ed alle finalità di tutela» (autorizzazione 14/2010). Anche l'ente preposto alla tutela del patrimonio archeologico non ha negato il proprio beneplacito al progetto, ma ha specificato che i lavori dovranno avvenire «sotto l'alta vigilanza di nostro personale tecnico-scientifico». Autorizzazioni e pareri troppo benevoli, per i cittadini della zona. Circostanze che richiedono un'immediata chiarificazione, secondo il capogruppo Pd alla Provincia di Crotone, Ubaldo Schifino, per il quale «l'Eni non può continuare a perseguire i propri esclusivi interessi economici, spalleggiata da "faccendieri" nazionali e locali senza scrupoli». Chiamate in causa, Regione, Provincia e Comune fanno a gara per non rimanere con il cerino in mano. Nessuno dei componenti della giunta della Calabria sembrava essere a conoscenze delle trivellazioni Eni: «Tale nuova attività era stata segnalata alla precedente amministrazione», ha fatto sapere la «rammaricata» vicepresidente, Antonella Stasi. «Per avere delucidazioni urgenti» è stato convocato il 20 settembre un tavolo di confronto con Eni e Ionica Gas. «Un ruolo del tutto marginale nella concessione dell'autorizzazione», avrebbe invece avuto la Provincia. secondo l'assessore all’Ambiente Ubaldo Prati, che punta il dito contro ministero e Comune. Che si limita a tacere. Nel frattempo, il procuratore di Crotone Raffaele Mazzotta ha disposto un'indagine conoscitiva sui lavori. Allo stato, non c'è ancora nessun indagato ma la Capitaneria di Porto di Crotone investigherà sia sul nuovo pozzo che sulla piattaforma offshore Eni comparsa giorni fa davanti alla città dello Jonio. Ufficialmente, rimarrà in mare solo 4 mesi per provvedere alla manutenzione di quelle esistenti, "Hera Lacinia 14" e "Luna A", niente nuove perforazioni, né nuovi pozzi. Eppure la popolazione, da giorni riferisce di strani boati notturni, che i più temono riconducibili a nuove perforazioni. Un nuovo spettro che si aggiunge a quello della subsidenza che sta lentamente facendo sprofondare l'intera Provincia. Nonostante non esistano studi ufficiali che attestino un legame diretto tra il progressivo sprofondamento del territorio e l'estrazione di gas, il rischio secondo alcuni esperti è più che concreto. Le attività di perforazione ed estrazione - sostengono - possono provocare la progressiva compressione dei sedimenti degli strati sovrastanti e sottostanti la zona produttiva. In prossimità della costa, questo si traduce in abbassamenti significativi del suolo in aree più estese della proiezione in superficie dei perimetri degli stessi giacimenti. Un rischio che Crotone aveva deciso di correre inseguendo il miraggio dei posti dei posti di lavoro, dei sussidi e benefici che l'Eni aveva promesso, rimasti però solo sulla carta.

lunedì 29 agosto 2011

Sette milioni di olivi a rischio abbandono così la spesa al mercato modifica il paesaggio

Sette milioni di olivi a rischio abbandono così la spesa al mercato modifica il paesaggio
MARIA CRISTINA CARRATÙ
La Repubblica 23-08-11, pagina 2 sezione FIRENZE

COLLINE e campi, vigne e oliveti, fattorie e stalle, e case coloniche rimaste com' erano al tempo della mezzadria. Non è forse questo, la Toscana? Un paesaggio che è anche economia, e viceversa, e per questo grava cittadini e amministratori pubblici di una responsabilità in più. La Mukkilatte, azienda partecipata da Regione, Comuni di Firenze, Pistoia e Livorno, Camera di commercio, con già all' attivo il latte Mugello «doc», ha da poco varato il latte alta qualità 100% toscano, proveniente esclusivamente da stalle della regione e non anche, come il normale Mukki, da quelle italiane. Un modo per salvare la filiera toscana della produzione, ma anche per evitare che la sparizione delle stalle provochi una modifica dello «skyline» regionale, un «brand», peraltro, che aggiunge valore allo stesso prodotto. E un' analoga campagna di protezione e rilancio del made in Toscana partirà fra poco sul fronte dell' olio extravergine di oliva, causa la «crisi da abbandono» degli oliveti che da tre o quattro anni ha colpito circa un terzo dei circa 20 milioni di piante toscane, specie nelle aree interne, fiorentina, lucchese, pisana, senese, aretina, con l' eccezione (grazie a più favorevoli caratteristiche geografiche e al maggior ricavo d' olio per pianta, 3-4 chili contro l' 1 e mezzo delle altre) di livornese e Maremma. Un fenomeno allarmante, causato, come spiega Roberto Negrini, presidente di Legacoop agroalimentare toscana che sta curando un progetto di Banca della terra a sostegno degli agricoltori in difficoltà, «da molti fattori: la concorrenza dell' olio mediterraneo, compreso quello italiano del sud, sempre più capaci di competere sulla qualità, costi di produzione su cui incidono terreni difficili da coltivare, piante spesso molto vecchie, potature in gran parte non meccanizzate, nonché l' età dei coltivatori», in una regione dove oltre un terzo di chi lavora la terra supera i 70 anni, e senza turn over in vista. In più ci si è messa la crisi, di cui era ovvio risentisse un mercato di alta qualità e alto prezzo. Col rischio, paventato da qualcuno, che anche qui canti la sirena delle coltivazioni a ricavo sicuro, vedi i girasoli, non a caso raddoppiati negli ultimi due-tre anni. Certo è che sui dolci declivi collinari, sempre più spesso ci si imbatte in olivi coperti di rampicanti, mezzi secchi e impraticabili, che provocano una stretta al cuore: perché non è solo uno spreco, ma anche un attentato all' ambiente, a un mondo «da guardare». «Un dramma silenzioso, cominciato nelle piccole aziende e si sta estendendo alle grandi» conferma Tullio Marcelli, presidente di Coldiretti toscana, «vedere le colline di Fiesole lasciate a se stesse è un' offesa non solo a un settore produttivo, ma a un paesaggio impagabile». Una crisi di cui parlano i numeri: a fronte di costi di produzione che si aggirano sui 710 euro per chilo d' olio, chi cerca di vendere a un grossista il suo prodotto non strappa più di 4 euro e mezzo, massimo 5. Va meglio a chi è organizzato per la vendita diretta, e a i soci delle tre grandi «centrali» cooperative (Montalbano, Olma e Terre dell' Etruria, cui viene conferito circa il 60% del prodotto toscano), che ottengono circa 5 euro e 80 più Iva (4%). «Abbiamo a che fare con un' olivicoltura a due velocità» dice Fabrizio Filippi, presidente del Consorzio dell' olio extravergine Igp toscano (11.700 iscritti, 40 mila quintali di olio commercializzati e circa 80 mila prodotti nel 2010, su 200 mila totali della regione): «Quella delle piccole aziende a vendita diretta, con la loro nicchia di mercato, e ricavi interessanti anche se non da business, e quello di chi passa dai grossisti, con remunerazioni minime». L' allarme è scattato: «L' olivo toscano va sostenuto sia quando può produrre olio, sia come presidio del paesaggio» assicura l' assessore all' agricoltura Gianni Salvadori. E la Regione (che a settembre convocherà un tavolo di filiera, e per l' autunno punta a un piano olivicolo regionale) è pronta: da un lato si tratterà di «incrementare, dove è possibile, i margini dei redditi, cioè meccanizzare e ridurre i costi di raccolta, valorizzare i sottoprodotti come la sansa (per produrre energia) e le acque di lavorazione (richieste dall' industria chimica), adeguare i frantoi, e sostenere la commercializzazione, promuovendo il brand dell' extravergine toscano e la diffusione dei consumi (nelle mense, nelle scuole)». Dall' altro (dal 2013, con nuovi fondi europei), di contribuire alle spese o sostenere il reddito «di chi semplicemente avrà voglia di coltivare olivi». Salvando le colline toscane.

martedì 26 luglio 2011

L´allarme del Fai: così si rischia di massacrare il paesaggio lombardo

L´allarme del Fai: così si rischia di massacrare il paesaggio lombardo
DOMENICA, 24 LUGLIO 2011 LA REPUBBLICA - Milano

Ilaria Borletti Buitoni: "Non è vero che il Milleproroghe imponeva il riordino"

Se si riducono le aree protette a forza di deroghe ed eccezioni finirà come a nord di Milano dove si è costruito senza freni
Lo scrittore francese definì questo come il giardino d´Europa poi è avvenuto il più ampio scempio d´Italia

Ilaria Borletti Buitoni, presidente del Fondo ambientale italiano, che cosa cambierà nella gestione dei parchi con la legge che la Regione si prepara a votare?
«Se sarà approvato il testo licenziato in commissione saranno ridotte le tutele per il patrimonio naturale e paesaggistico, nel malcontento degli enti locali. Non si capisce per quale necessità sia fatta una simile legge».
La Regione sostiene che sia il decreto Milleproroghe a prevedere il riordino degli enti che governano i parchi
«Lo sostiene, ma non è vero. I nostri legali hanno analizzato la materia e i parchi lombardi non rientrano fra gli enti di cui andava rivista la governance».
Avete intenzione di opporvi?
«Vedremo se sarà possibile rendere l´applicazione della legge difficile o impossibile, se necessario anche con azioni legali».
Significa che comincerete a fare ricorsi al Tar il giorno dopo l´approvazione?
«Il tribunale è l´ultima delle possibilità che prendiamo in considerazione. La speranza è che la politica riesca quantomeno a evitare il peggio».
E cos´è il peggio, in questo testo di riordino dei parchi?
«Un cambio radicale delle regole sarebbe dovuto essere sostenuto da investimenti. Così non è una riforma, ma un contenitore vuoto. E la possibilità di revisione dei confini dei parchi è quantomeno inopportuna».
Quale rischio immagina nella facoltà di restringere le aree di parco da parte dei Comuni?
«Il rischio è che i parchi vadano riducendo la propria estensione, e che a forza di deroghe nelle zone protette il paesaggio sia massacrato. Bisogna evitare che succeda altrove quello che già è accaduto in Brianza».
Che cosa è successo in Brianza?
«A forza di permessi ed eccezioni si è costruito senza freni. Stendhal definiva la Brianza come il giardino d´Europa, la meraviglia dell´intero continente. Oggi non penso userebbe le stesse parole».
Guardando al futuro, qual è l´area a maggior rischio di cementificazione in Lombardia?
«Un fronte aperto è quello del Parco agricolo Sud Milano, a cui teniamo molto. La sua dignità culturale dovrebbe essere tutelata, invece le costruzioni mangiano territorio. E nessuno si premura di dichiararlo parco regionale. Ma il problema è generale, in Lombardia è avvenuto il più ampio scempio paesaggistico in Italia».
Ha mai rappresentato le sue preoccupazioni a Formigoni, proponendo una collaborazione con il Fai?
«È stata una delle prime cose che ho fatto un anno fa, quando ho assunto la presidenza. Ma da allora non mi sembra che la Regione si sia occupata molto di paesaggio, anzi».
Non crede che entrando negli organi di gestione dei parchi la Regione voglia farsi carico del problema ambientale?
«Di per sé la presenza della Regione nel governo dei parchi non è negativa, ma il timore è che sia un´accelerazione verso una minor tutela, e allora l´ingerenza sarebbe insopportabile. Sono troppi i casi in cui il Pirellone spinge per grandi trasformazioni infrastrutturali. Sulla terza pista di Malpensa, cara alla Regione, abbiamo presentato ricorsi insieme con il Wwf».
(f. v.)

venerdì 22 luglio 2011

La battaglia degli architetti per tutelare il secolo breve

La Repubblica 20.7.11
Salviamo il 900
La battaglia degli architetti per tutelare il secolo breve
di Francesco Erbani

Speculazioni e commi di legge mettono a rischio un patrimonio: dall´edilizia popolare ai palazzi
Raccolte di firme, documenti, appelli: gli studiosi si sono mobilitati. "Se deperiscono i quartieri di edilizia pubblica sparisce la storia delle città"

Il campanello d´allarme è suonato scrutando quella norma nel Decreto sviluppo. Un piccolo comma che fa slittare da cinquanta a settant´anni l´età che deve avere un edificio per essere meritevole di tutela. Vent´anni di più. Che lasciano senza protezione molto di ciò che l´architettura italiana ha realizzato fra il 1941 e il 1961: Pier Luigi Nervi, Franco Albini, Ignazio Gardella, Carlo Scarpa, Lodovico Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers, Piero Bottoni, Ludovico Quaroni, Mario Ridolfi e altri ancora. L´allarme ha destato più profonde preoccupazioni: è a rischio tanta parte dell´architettura di tutto il Novecento. «Secolo fragile», concordano gli storici dell´architettura Carlo Olmo e Piero Ostilio Rossi. Dominato da un materiale friabile come il cemento armato, insiste Franco Purini, professore a Roma e progettista. Un secolo, ricorda Purini, inaugurato dalla profezia del futurista Edoardo Sant´Elia: ogni generazione costruirà la propria casa.
Un Novecento oggetto di consumo, dunque, affetto da una forma di minorità che deriva per paradosso dall´essere molto familiare. Sembra che su di esso non si sia depositata una sufficiente quantità di storia e di attenzioni culturali che rendono invece automatica la salvaguardia di un edificio del Trecento e del Quattrocento. Eppure, spiega Olmo, professore a Torino e direttore de Il giornale dell´architettura, «se si lasciano deperire i quartieri di edilizia pubblica sorti dopo la guerra, gli stabilimenti industriali ora dismessi, gli insediamenti organizzati intorno al lavoro, è in discussione una parte essenziale delle nostre città».
La buona architettura del Novecento rischia di essere inghiottita nella massa di costruzioni che ingombrano la scena delle nostre città, dove si stima che i nove decimi dell´edificato risalgano al dopoguerra (Roma era costruita su sei ettari fino al 1951, ora si espande su cinquanta e oltre) e la cui qualità è giudicata pessima. Ma quali sono i morbi che affliggono quelle architetture? Alessandra Vittorini, che al ministero per i Beni culturali cura un catalogo dei migliori prodotti novecenteschi (circa duemila edifici dal 1945 in poi, trecento dei quali eccellenti), indica soprattutto il loro cattivo uso: «Non si distingue fra un palazzo di speculazione e una palazzina di pregio: gli interventi su infissi e intonaci, gli adeguamenti per sicurezza o isolamento termico possono essere compiuti con uguale trasandatezza, badando a risparmiare più che a mantenere leggibili i tratti architettonici». D´altronde un manufatto, anche prezioso, che ha cinquanta o settant´anni, è vissuto, abitato, calpestato - ed è nell´essere usato e non musealizzato la sua ragion d´essere.
A Roma destarono impressione, anni fa, gli interventi sulla palazzina Furmanik di Mario De Renzi, il cui intonaco è stato stravolto e dalle cui balconate sono sparite le persiane scorrevoli. Ma si è arrivati anche alle demolizioni: il Velodromo, delicato impianto realizzato per le Olimpiadi del 1960 da Cesare Ligini, è stato abbattuto e rase al suolo finiranno anche le torri di Ligini all´Eur di Roma: operazioni "ingiustificabili", dice Purini: «l´Eur è un riferimento per l´architettura di tutto il mondo, non può finire preda di speculazione». Altri emblemi del Novecento romano sono in pericolo: lo stadio Flaminio e il Palazzetto dello Sport, entrambi opera di Nervi ed entrambi oggetto di piani di ampliamento che, denunciano in molti, li snaturerebbero (ma per lo stadio, grazie all´intervento di Renzo Piano, si fa avanti l´idea di una struttura smontabile). A Pozzuoli, vicino a Napoli, la fabbrica Olivetti realizzata da Luigi Cosenza, Marcello Nizzoli e Pietro Porcinai e raccontata da Ottiero Ottieri in Donnarumma all´assalto, è stata venduta e i molti proprietari hanno diviso gli interni, abbassato le altezze e costruito soppalchi. Manomissioni vengono denunciate a Ivrea, dove il settanta per cento di tutto il costruito si deve alle idee comunitarie di Adriano Olivetti, ma dove almeno vigila, sensibilizzando gli utenti, la Fondazione intitolata al grande imprenditore-intellettuale. «L´enorme spazio delle Officine di Luigi Figini e Gino Pollini è stato diviso per ricavarne piccoli box», racconta Patrizia Bonifazio, che per conto della Fondazione segue il patrimonio di Ivrea. «La mensa di Gardella è diventata un call center e sono stati smantellati gli impianti di areazione che avevano un grande impatto formale».
In un appello promosso da Gino Famiglietti, direttore regionale dei Beni culturali in Molise, e firmato da migliaia di persone, viene allegato un elenco di opere di proprietà pubblica o ecclesiastica che, con la tutela spostata da cinquanta a settant´anni, potrebbero essere vendute o alterate: il Salone per le Esposizioni e il Palazzo del lavoro di Nervi a Torino; la chiesa della Sacra Famiglia di Quaroni a Genova; il Padiglione d´arte contemporanea di Gardella a Milano. Ma nella lista figurano anche quartieri di edilizia popolare, il QT8 di Milano (Piero Bottoni, Vico Magistretti, Giancarlo De Carlo, Marco Zanuso), la Falchera di Torino (Giovanni Astengo), il Borgo La Martella di Matera, voluto da Olivetti e progettato da Quaroni.
Italia Nostra si è mobilitata. La conoscenza, si sente dire, può valere persino più dei vincoli, perché sensibilizza chi quelle architetture le vive. L´associazione Docomomo scheda con cura le opere per le Olimpiadi del 1960 e segnala gli edifici meritevoli di protezione a L´Aquila. «Può bastare una piccola targa accanto al portone, come si fa in Francia», ricorda Alessandra Vittorini, «per sapere di abitare in un palazzo che ha qualità architettonica». Marco Dezzi Bardeschi, architetto e professore al Politecnico di Milano, ha raccolto nella mostra "Salvaguardare l´architettura contemporanea a rischio" casi emblematici di abbandono: il Foro Boario di Giuseppe Davanzo a Padova (1965), l´Istituto Marchiondi di Baggio (Vittoriano Vigano, 1957), la Villa Saracena progettata da Luigi Moretti a Santa Marinella.
«L´architettura del Novecento dura programmaticamente poco», dice Purini. «Questo vale per Ville Savoy di Le Corbusier, che è costantemente in restauro, e per i Grand Ensemble, i giganteschi complessi francesi o dell´ex Urss, per i quali è stato necessario intervenire per dare solidità a posteriori». Ma come agire correttamente? Tanti citano un caso virtuoso, il restauro del grattacielo Pirelli di Gio Ponti a Milano, dopo l´incidente provocato nel 2002 da un aereo. A Roma esiste una Carta per la qualità curata da un gruppo guidato da Piero Ostilio Rossi, storico dell´architettura alla Sapienza (milletrecento edifici dall´inizio del secolo indicati come meritevoli di tutela). Il documento fa parte del Piano regolatore, fissa criteri per intervenire, ma resta lettera morta. «Per il passato basta una data a segnalare come pregiata un´architettura», spiega Rossi, «ma per il Novecento non si riesce a dar vita a giudizi di valore condivisi».
Più ci si avvicina alla contemporaneità, più la percezione estetica si fa debole. Ma oltre le questioni propriamente culturali, le malversazioni si moltiplicano. Quella subìta dal Memoriale per gli italiani caduti nei lager nazisti, per esempio, un´opera che nel 1980 vide la collaborazione dell´architetto Belgiojoso, del pittore Mario Samonà, dello scrittore Primo Levi e del musicista Luigi Nono. La struttura, voluta dall´Associazione ex deportati e allestita nella baracca 21 di Auschwitz, consiste in un percorso a spirale, rivestito all´interno da una serie di illustrazioni. È un´opera d´architettura e d´arte, la cui visita era accompagnata dal brano di Nono, Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz. Il memoriale è in condizioni precarie, avrebbe bisogno di restauri: ma su di esso incombe addirittura la minaccia di demolizione.

giovedì 7 luglio 2011

Catania

                                                                           Catania

giovedì 30 giugno 2011

Venezia con veduta di un rio

                                            Venezia con veduta di un rio

venerdì 10 giugno 2011

Claude Lorraine - Nicolas Poussin e Gaspar Poussin nella campagna romana di Jean-Baptiste-Auguste Leloir

Claude Lorraine - Nicolas Poussin e Gaspar Poussin nella campagna romana di Jean-Baptiste-Auguste Leloir

giovedì 9 giugno 2011

Villa Catarina - Taormina

                                                            Villa Catarina - Taormina

martedì 7 giugno 2011

Castello Lumghezza

                                                                       Castello Lumghezza

lunedì 30 maggio 2011

Ponte di Crevola

                                                                   Ponte di Crevola

domenica 29 maggio 2011

Bella e perduta l'Italia abitata dai barbari

Bella e perduta l'Italia abitata dai barbari
Gino Dato
La Gazzetta del Mezzogiorno 23/5/2011

A colloquio con Gian Antonio Stella, coautore di «Vandali»

Non c'è solo «qualcosa d'immorale nel non voler soffrire per la perdita della bellezza», come scrive Guido Ceronetti. Ma molto di autolesionistico, paradossale, se non demenziale, nella «Casta» che s'insedia e non s'accorge di dilapidare la sua maggiore risorsa, ciò che potrebbe salvarla: i beni culturali, l'arte, il paesaggio. Tutto ciò che aveva consegnato l'immagine del Paese con più siti Unesco patrimonio dell'umanità, e che oggi restituisce, invece, all'Umanità, tra gli altri spettacoli indecorosi, quello del depauperamento tipico dei vandali. Vandali è l'attributo più calzante e il titolo più rigoroso (sottotitolo «L'assalto alle bellezze d'Italia») all'ennesima inchiesta-saggio Rizzoli che i due noti inviati del «Corriere della Sera», Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, consegnano al giudizio dei lettori. Dove si spiega perché le una, dieci, cento, mille Pompei d'Italia ci hanno retrocesso dal primato al ventottesimo posto per competitività turistica, e perché le risorse dei beni culturali in un decennio siano state dimezzate. E non è finita. Risponde alle nostre domande uno dei due autori, Gian Antonio Stella. Vista questa nostra Italia per esempio dal Salone del libro di Torino, sembra un Paese di virtuosi in campo culturale. O sbaglio? «Dipende. Certo, esiste una minoranza di italiani, una piccola minoranza, che appare molto ma molto interessata a quello che succede nel mondo, una minoranza che legge libri, si sforza di capire, una minoranza che poi, quando si concentra in rare occasioni come Torino o Mantova, fa numero ma solo perché si concentra». E comunque non decide le sorti e gli investimenti culturali”. «No, assolutamente no. Credo che oggi esiste una nuova "plebe", che va chiamata con il nome corretto. Sta meglio di una volta, ha qualche soldo in tasca, si va a fare ogni tanto una cena di pesce, ha il cellulare, l'iPod, ma plebe rimane. Una plebe che risponde a bisogni primari, richiami primari, lusinghe primarie. Bene, un tempo bastava regalarle, come dicevano i latini, "panem et circenses", oggi le devi regalare altro, condoni per abusivismo». Insomma, non gliene importa niente. «Ma proprio nulla, non gli imporla un fico secco che il condono riguardi una casa edificata in massimo disprezzo delle norme a duecento metri da Selinunte. Non sono affari suoi». Quindi, nella ricerca delle cause di questo degrado, sicuramente le scelte politiche sono determinanti ma diventano allo stesso tempo lo specchio degli umori dell'opinione pubblica. «Mica l'opinione pubblica è sacra come il dente di Budda. L'opinione pubblica ha mandato al potere Hitler, ha salvato Barabba e condannato Gesù. La massa spesso è un feticcio che viene agitato in modo strumentale. Ma che fa la classe dirigente? Se non guida, come dice la parola, finisce con l'accodarsi, da dirigente diventa accodante». Tra le cause del degrado voi mettete al primo posto quelle eminentemente culturali o quelle economiche? «Le une sono strettamente intrecciate alle altre. E poi ci sono quelle normative, esempio clamoroso di degrado culturale: prendi per esempio la legge del 2004 sui Beni culturali, di Berlusconi e Urbani. Un provvedimento a mio parere davvero indecente, almeno nel passaggio in cui dice che non vuoi arrestare un tombarolo neanche in flagranza di reato». I tombaroli «Ma sì, proprio questi signori sono stati protagonisti di uno dei ritrovamenti più interessanti degli ultimi anni, il sarcofago delle muse, a Ostia antica, nel 2008. Non li hanno neanche potuti arrestare, e questo proprio grazie al "codice Urbani". Ebbene, per tornare alla sua domanda, lì è chiaro che le responsabilità politiche sono molto nette. Se la politica si mette a titillare le cattive abitudini della plebe, è finita». E quanto conta, a temperare questa situazione, il mecenatismo dei privati? «E quanti ne conosce lei, dica la verità. Ione conosco uno, quello sul Colosseo che vede protagonista Diego Della Valle. E magari alla fine è lui che ci guadagna più dello Stato». E le fondazioni bancarie che stanno a fare? «Aiutano un po' perché è la loro funzione propria, ma lo fanno per il bene della cultura o per gli sgravi? O, peggio ancora, per giustificare la loro esistenza?». Ma qual è secondo lei il settore più tartassato? «Sono tanti, ma uno Stato serio deve dare delle priorità. Distribuire a pioggia i soldi, in realtà disperdendoli, è un errore. Capisco che abbiamo un problema, che gli altri hanno dieci-venti musei grandi, mentre noi abbiamo una immensa ricchezza ed è complicato seguire il tutto». Una attenuante? «Certo, per chi governa, non importa ora il colore politico. Ma detto questo un governo serio - ripeto - stabilisce delle priorità. Oggi per esempio è prioritario andare a recuperare e restaurare la villa di Caligola a Nemi, scoperta a metà di gennaio». Sono passati tre mesi. «E che novità ci sono? A malapena i carabinieri che custodiscono e controllano il sito, ma corriamo il rischio che intervengano i saccheggi dei tombaroli. Allora la priorità è anche cambiare la legge: non è accettabile che su circa 70mi• la detenuti non abbia varcato le carceri italiane neanche un individuo che si sia macchiato di furto di reperti archeologici». Lo scippo rende di più e poi... «Ma è ridicolo rispetto al danno che deriva dal trafugatore di sarcofagi. È molto più importante colpire il trafugatore che non lo scippatore».

giovedì 19 maggio 2011

Costruzioni in Italia: sproporzioni ed errori



Costruire poco, costruire bene e costruire "bello": sono queste le tre regole da applicare nella costruzione di nuove abitazioni. Proprio quello che non si fa in Italia. Ad spiegarlo è Salvatore Settis, professore di Storia dell'arte e dell'archeologia classica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Nel nostro paese si costruiscono troppe case: la proporzione è di 38 volte di più rispetto alle nascite, ovvero ogni nuovo nato si ritrova 38 appartamenti. È una situazione perversa, la stessa che ha provocato la cosiddetta bolla immobiliare americana e che costituisce la causa del crollo economico dell'Irlanda, colpevole di aver costruito in proporzioni simili alle nostre. Non solo si costruisce troppo, ma anche male -- come dimostrato dal disastro provocato dal terremoto dell'Aquila - e senza qualità architettonica.

lunedì 9 maggio 2011

Villa d'Este - Tivoli

                                                                        Villa d'Este - Tivoli

martedì 19 aprile 2011

La cementificazione spietata



La tutela del paesaggio, sempre necessaria, diventa indispensabile se la presenza degli insediamenti urbani non è più sufficiente a contenere un numero relativamente modesto di abitanti in un territorio e a soddisfare le loro naturali esigenze di raggruppamento. Ma oggi, spiega il professor Salvatore Settis, questi fattori di contenimento non ci sono più: il nostro paese rischia di trasformarsi in modo irreversibile in una desolata periferia.

E le leggi adeguate sembrano non bastare. L'Italia, in questo settore, è all'avanguardia: è stato il primo paese a inserire, con l'articolo 9 della Costituzione, la tutela del paesaggio come uno dei suoi principi fondamentali.

Ecco il problema: il paradosso tra una legislazione sensibile e raffinata e una sua applicazione o disattenzione che ha prodotto una situazione drammatica.

domenica 10 aprile 2011

Enna

                                                                                Enna

sabato 9 aprile 2011

Capri Island Views Architecture Italy Coast Italia Europen Union World T...



The Island on the coast of Italy

Capri, the island home of spectacular caves, lush vegetation and charming villages.

domenica 27 marzo 2011

Il dissesto idrogeologico e l´agricoltura dimenticata

Il dissesto idrogeologico e l´agricoltura dimenticata
CARLO PETRINI
VENERDÌ, 04 MARZO 2011 LA REPUBBLICA - Cronaca

Possibile che quando si ragiona di gestione del territorio, di ambiente, di degrado, di paesaggio tutti evitano di nominarla?

Ancora piogge e ancora disastri di ogni genere. Ancora giusti ragionamenti sul degrado del territorio, la cementificazione scriteriata, la mancanza di visioni lunghe, coerenti, condivise e progettuali. Tanti i fattori considerati, tanti i livelli di responsabilità. Ma all´appello manca sempre la stessa parola e lo stesso tema: l´agricoltura. Come fanno? Quando si ragiona di gestione del territorio, di ambiente, di degrado, di paesaggio come diamine fanno tutti i nostri commentatori e politici a evitare di nominare l´agricoltura? E come potrà mai il cittadino cogliere il legame tra i suoi comportamenti individuali e le conseguenze in termini di beni comuni se il legame più evidente con la sua quotidianità (il cibo!) viene sistematicamente ignorato dalle analisi? Non solo siamo quello che mangiamo, ma siamo anche il modo in cui lo coltiviamo. Decenni di sventatezza nella gestione idrogeologica del suolo si sono accompagnati a decenni in cui l´agricoltura sana, ecologica, costruttiva della salute dei territori è stata sistematicamente relegata al fondo della lista delle priorità di chiunque, a cominciare dai ministri competenti.
È di stamattina la notizia che l´attuale ministro dell´agricoltura non vede l´ora di andarsene da una poltrona che da sempre considera meno prestigiosa di quanto gli spetterebbe: la prospettiva di passare alla Cultura, quella con la maiuscola, lo alletta non poco. E già prima della nomina alla sua attuale posizione manifestava onestamente il suo disinteresse a fare il "ministro delle mozzarelle". Il versante accademico non consola di più: è di un paio di giorni fa un´intervista ad uno dei più noti e rispettati esperti di viticoltura ed enologia che liquida tutto il comparto dell´agricoltura biologica e biodinamica come "agricolture da presepe". Prestigio sociale da un lato, economia sonante dall´altro: l´atteggiamento di Giancarlo Galan da un lato e quello di molti accademici dall´altro ci danno la misura di come l´agricoltura più sana e lungimirante sia stata deprivata di ogni fascino, di ogni sostegno, di ogni politica adeguata, di ogni competenza e attenzione politica. Certo che le colline e le montagne franano. Chi le coltivava con saggezza e sapienza non è stato aiutato a restare dov´era, nessuno ha riconosciuto il suo ruolo, nessuno ha remunerato adeguatamente i suoi prodotti. Tutti gli hanno detto, con le parole o con i fatti, che l´unica cosa sensata da fare era correre verso la pianura, dove i guadagni erano più rapidi, facili e sicuri, e se non erano guadagni che arrivavano da un lavoro agricolo meglio ancora: un po´ di cemento e via, con un´anima nuova di zecca.
Allora, non è tanto che "piove, governo ladro". È che piove dopo decenni di governi avidi di successi e consensi immediati, governi che non hanno costruito benessere, che non si sono fidati di chi avrebbe potuto consigliarli e aiutarli a costruire economie certo più lente, ma più giuste e più stabili di quelle attuali. E mentre queste economie franano noi siamo così lontani dal riconoscere il valore del lavoro agricolo che non sappiamo più nemmeno pronunciarne il nome.

giovedì 10 marzo 2011

Badiazza

                                                                           Badiazza

lunedì 21 febbraio 2011

La strada per Cortina

                                                           La strada per Cortina

giovedì 10 febbraio 2011

"Sottratto alle coltivazioni un quinto delle aree fertili"

"Sottratto alle coltivazioni un quinto delle aree fertili"
MARTEDÌ, 25 GENNAIO 2010 LA REPUBBLICA - Torino

"Non possiamo essere gli unici a pagare il prezzo per qualsiasi uso del suolo"

Addio ai campi. Nell´ultimo ventennio in Piemonte un quinto di terreni fertili è stato sottratto all´agricoltura, con un ritmo di 3,5 ettari al giorno. Lo evidenzia la Confagricoltura di Torino in un documento denuncia mentre gli enti locali discutono il progetto «Corona verde», che punta a creare un´area-cintura ecologica intorno a Torino.
I dati su cui insiste Confagri sono i quasi 24 mila ettari agricoli ´cancellati´ fra il ´90 e il 2008 nelle otto province del Piemonte e i quasi 7500 spariti nella sola area torinese (pari al 15%). Un incremento del consumo di suolo cui non corrisponde un aumento della popolazione, come dimostrato i dati del Censis.
L´organizzazione agricola chiede un diverso approccio nel realizzare nuove opere per preservare le ultime terre fertili rimaste e suggerisce norme che privilegino il recupero edilizio esistente degradato e non utilizzato, limitazioni alle espansioni urbanistiche evitando quelle a macchia di leopardo, l´inedificabilità dei terreni di maggior pregio agricolo.
«Il rispetto di queste linee guida - afferma Vittorio Viora, presidente di Confagricoltura Torino - gioverebbe agli agricoltori che hanno sempre più a che fare con l´eccessiva frammentazione degli appezzamenti, un allungamento dei tempi di spostamento dei mezzi agricoli, una maggiore difficoltà di irrigazione».
«L´agricoltura - spiegano alla direzione di Confagricoltura Piemonte - non può continuare a pagare il prezzo di qualsiasi occupazione di suolo che ha come fine ultimo la cementificazione. Nessuno si sognerebbe mai di espropriare una fabbrica o di far passare una pista ciclabile in mezzo a un supermercato. In questo senso chiediamo più rispetto».
Un buon test di verifica può essere il progetto »Corona verde» che, sostenuto dalla Regione con un finanziamento di 10 milioni, punta a creare percorsi ambientali attrezzati «all´insegna di un moderno connubio tra uomo e natura». «La costruzione di opere ex novo - spiegano a Confagricoltura - dovrà tener conto dell´ulteriore riduzione di suolo fertile e pertanto dovranno essere previsti adeguati indennizzi per chi mette a disposizione una parte della propria attività, destinandola a un utilizzo pubblico».
(e.d.b.)

mercoledì 9 febbraio 2011

Campi, boschi e oliveti. Censiti i 123 paesaggi che vanno salvati. Il Catalogo degli ambienti rurali, interviene Napolitano.

Campi, boschi e oliveti. Censiti i 123 paesaggi che vanno salvati. Il Catalogo degli ambienti rurali, interviene Napolitano.
LORENZO SALVIA
CORRIERE DELLA SERA – 7 febbraio 2011

ROMA — I cosiddetti campi baulati del Casalasco, al confine tra le province di Cremona e Mantova. Una terra descritta da Virgilio nella sue Egloghe e conosciuta per quell'infilata di terreni a schiena di mulo e canali di scolo, salvezza contro le alluvioni e le piene del Po o dell'Oglio. Oppure la vite maritata a Giugliano, in Campania, dove i tralci vengono fatti arrampicare in alto, fin sulla cima dei pioppi. O ancora gli oliveti terrazzati di Vallecorsa, nel Lazio, simbolo di quanta fatica e intelligenza ci sia nel lavoro della terra, con i contadini che hanno scavato nella roccia per fare spazio alle piante e proteggerle. E poi i carrubeti dei Monti Iblei in Sicilia, le foreste della Val Cadino in Trentino, la piana di Castelluccio in Umbria, il bosco di Sant'Antonio in Abruzzo. E un Grand Tour nell'agricoltura italiana, e quindi nella nostra storia di tutti i giorni, quello disegnato dalle pagine del Catalogo nazionale dei paesaggi rurali storici. Più di 120 esempi di come la mano dell'uomo si possa intrecciare felicemente con la natura, creando allo stesso tempo un sistema economico capace di produrre e un angolo di mondo dove vivere bene. Un tesoro accumulato anno dopo anno, secolo dopo secolo. Ma che rischia di scomparire sotto i colpi dell'agricoltura industriale e dell'abbandono. Il Catalogo è stato promosso dal gruppo di lavoro per il paesaggio istituito presso il ministero delle Politiche agricole ed è opera di 80 studiosi provenienti da 14 università italiane. Un progetto che ha avuto il patrocinio del Fai, il Fondo ambiente italiano, del Consiglio d'Europa e dell'Unesco che lo presenterà nell'ambito della convenzione mondiale del paesaggio. E che rappresenta una delle iniziative per celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia, al punto che a giugno si trasformerà in una mostra al Vittoriano di Roma. Cosa c'entri l'Unità d'Italia, lo spiega il presidente della Repubblica nella prefazione al volume pubblicato da Laterza: «Il paesaggio italiano — scrive Giorgio Napolitano — è tratto inconfondibile della nostra identità nazionale e fattore essenziale di attrazione e di forza dell'Italia anche nel nuovo contesto internazionale». Un patrimonio da non sprecare, dunque. E non c'entra solo la nostalgia dei bei tempi andati. Dal 1920 abbiamo abbandonato circa 13 milioni di ettari di terreni coltivati, anche per questo importiamo il 60% del grano di cui abbiamo bisogno. E visto che in un anno il prezzo dei cereali è più che raddoppiato non si tratta solo di una questione da convegno per esperti ma di una guaio serio per tutti. Negli ultimi 100 anni i boschi hanno quasi triplicato la loro estensione, e questo è avvenuto proprio per l'abbandono delle campagne minacciate anche dall'urbanizzazione. Sempre di verde si tratta, certo, ma di un verde che cancella la tante colture e tradizioni che hanno fatto ricco il nostro Paese. «L'agricoltura industriale — spiega Mauro Agnoletti, coordinatore scientifico del progetto e professore di Pianificazione del territorio agricolo e forestale all'Università di Firenze — ha degradato il paesaggio ed è stata sconfitta dal mercato proprio perché incapace di competere in termini di qualità, quantità e costi. Il Catalogo è il primo passo per sviluppare un altro modello di agricoltura, basato sulla qualità dei prodotti abbinata alla qualità del paesaggio, un valore aggiunto non riproducibile dalla concorrenza». Per capire meglio bisogna camminare in uno dei 123 paesaggi elencati nel volume: la Valle Uzzone, in Piemonte. Qui si segue ancora il metodo della policoltura: boschi e prati si alternano a piccoli appezzamenti dove, fianco a fianco, ci sono cereali, noccioleti, vigne, frutteti, piccoli orti. Anche l'allevamento sfugge al principio moderno (moderno?) della produzione intensiva. Le vacche che pascolano libere su questi prati vengono utilizzate per tutti e tre gli scopi pensati da madre natura: latte, carne e lavoro. Un piccolo mondo antico destinato a scomparire senza speranza? Forse. Ma i prodotti della valle (formaggi, vino, frutta) hanno un buon successo commerciale e specie negli ultimi anni sono arrivati molti turisti. Il sistema funziona. «Conservare il paesaggio — dice il professor Agnoletti — non vuol dire solo migliorare la qualità della vita delle popolazioni, ma anche avere a cuore l'identità culturale del nostro Paese. L'immagine che all'estero hanno di noi si basa anche su questo, abbiamo a disposizione un importante strumento di promozione per tutto il sistema Paese». Con una speranza finale che guarda all'immediato futuro: «Che l'Italia si faccia promotrice di una maggiore attenzione al paesaggio nella riforma in corso delle Politiche agricole comunitarie».