domenica 22 dicembre 2013

mercoledì 11 dicembre 2013

lunedì 2 dicembre 2013

lunedì 25 novembre 2013

martedì 12 novembre 2013

venerdì 1 novembre 2013

giovedì 24 ottobre 2013

sabato 12 ottobre 2013

Così era Cuma tremila anni fa

Così era Cuma tremila anni fa
STELLA CERVASIO
La Repubblica 10/10/2013, pagina 1 sezione NAPOLI

ERA un punto d' arrivo, la prima colonia greca d' Occidente. La terra del mito. Il baluardo contro il nemico che giungeva dal mare e della difesa dall' avversario, ma anche il luogo della memoria e di divinità come Demetra, la romana Cerere, dea del focolare. CHI ha ricordi di visite ai resti dell' antica Cuma li coniuga a una distesa d' azzurro che circonda l' acropoli, in quel preciso punto trasformata in uno straordinario ombelico del mondo. Eppure oggi Cuma è un' emozione ancora più forte. Un gruppo di archeologi dell' Orientale guidati da Matteo D' Acunto ha trovato le case dei coloni greci che sbarcarono in territorio cumano in una data più antica di quella finora accertata. Gli antenati dei napoletani abitavano qui. E proprio in questo punto, dove ha scavato l' università Orientale onorando una scuola di antichistica di primissimo livello, originata da nomi come Bruno D' Agostino, Emanuele Greco, Ida Baldassarri, Carlo Franciosi, Werner Johannowsky, per citarne solo alcuni, è morta e rinata più volte la "casa" dei progenitori partenopei: i loro focolari sono stati trovati intatti, gli uni costruiti sopra gli altri, nel rispetto del passato, innovando senza distruggere. L' origine di Cuma anche per queste scoperte va più indietro nel tempo rispetto a ciò che gli studiosi hanno accertato finora, e cioè l' ultimo quarto dell' VIII secolo, quasi la stessa data a cui facciamo risalire Pithecusae, Ischia. Qui, nelle isole flegree, gli archeologi dell' Orientale e di Suor Orsola Benincasa nel 2001 trovarono resti di un "piano cottura" paragonabili alla "vetroceramica" che nelle cucine di oggi cuoce facendo a meno del fuoco vivo. Il fornello magico fu portato dai navigatori micenei che cercavano metalli a Vivara 3700 anni fa, nell' Età del Bronzo. Lo stesso materiale refrattario che oggi è ricercatissimo per cuocere il pane in casa, è stato ritrovato sotto forma di "camera di combustione" negli scavi di Cuma, usato 3000 anni fa. Una piccola fornace metallurgica unisce ancora questi territori alle isole dove dal mare brillavano i fuochi di tante fucine. Gli scavi che hanno seguito nel tempo il Progetto Kyme, quel programma archeologico che dotò di fondi europei due università, Federico II e Orientale, la soprintendenza di Napoli e il Centro francese Jean Bérard, proseguono da qualche anno con gli scavi in concessione supervisionati dalla soprintendenza di Napoli e Pompei e portati avanti da Matteo D' Acunto, allievo di Bruno D' Agostino, l' etruscologo docente dell' Orientale che ha studiato le mura settentrionali di Cuma. L' area riportata alla luce dovrebbe congiungere il percorso tra il foro e le mura settentrionali, interessandosi dell' area della "città bassa" che dal ' 94, epoca della soprintendenza di Stefano De Caro si è mirato a far tornare visibile per dare un' idea complessiva di Cuma città straordinaria in tutte le sue accezioni. Vita quotidiana alle origini di Napoli, dunque, visto che i coloni cumani vennero dai Campi Flegrei a fondarla. Scoperte e reperti, tanti, in tre metri e mezzo di terra scavata. E' lì la storia delle origini di un popolo che ha dato al mondo un' alfabeto e le radici di una lingua condivisa. Nello spaccato di focolari sovrapposti, una vera storia della casa e dell' alimentazione nelle diverse epoche.E anche la sorpresa di un tipo di abitazione trovato solo a Ostia: una "multifamiliare". La Grecia e i modi greci, nell' urbanizzazione, nelle architetture, negli usi, resta ferma anche in epoca romana. Se Pompei è città romanizzata, Cuma resta greca nell' anima, ma anche nella forma: nel II secolo dopo Cristo la domus alla maniera pompeiana diventa "condominio". Il lavoro dell' antropologo che, affiancando l' archeologo, studia ossa e resti di specie diverse, ha svelato la dieta ereditata dai greci: carne di bovini e caprini, cacciagione, cervi (di cui, come a Pithecusae, l' antica Ischia, sono stati trovati palchi di corna), anche tartarughe, crudelmente cotte nel loro stesso guscio capovolto. Un abbondante uso di risorse marine e frutti di mare come le telline, e prodotti ortofrutticoli dalla vicina piana di Licola. L' aspetto più sorprendente per gli archeologi, però è stato il fatto che in epoca successiva ai coloni greci venisse rispettata la pianta della città: una pianta non di tipo ippodameo, come quella che ha condizionato di più nell' antichità il disegno urbano. «A Cuma - spiega D' Acunto, che ha ereditato dal padre, l' ambientalista dei Vas Verdi Ambiente Società Antonio D' Acunto, la passione per i luoghi - si potrà tra non molto visitare la città flegrea come avviene per Pompei, percorrendo le strade antiche e non camminando più sul piano di campagna. Si visiteranno le abitazioni di epoca romana con pannelli che illustrino anche com' erano quelle preesistenti di origine greca. C' è una grande plateia sulla direttrice est-ovest tagliata da un reticolo irregolare di stenopoi, strade secondarie in direzione nord-sud che ricalcano il tracciato greco: i termini di paragone per questo capolavoro sono Megara Iblea e Selinunte, le prime colonie siciliane». Tra le meraviglie ritrovate nello scavo, il sigillo in corniola raffigurante Cerere, appartenutoa una donna autorevole, sacerdotessa del culto della dea del focolare, massima onorificenza per una donna cumana.

Il ponte di Premariacco

Il ponte di Premariacco.

mercoledì 11 settembre 2013

lunedì 9 settembre 2013

Laggio - Baita lungo la via per Bindemera

Laggio - Baita lungo la via per Bindemera

giovedì 29 agosto 2013

Sappada - Vecchia casa di tipo cadorino

Sappada - Vecchia casa di tipo cadorino.

martedì 27 agosto 2013

La Stampa - Al ministero 1363 firme contro la costruzione del “ponte delle suore”

articolo completo al seguente link:
La Stampa - Al ministero 1363 firme contro la costruzione del “ponte delle suore”:
Hanno firmato in 1363 la petizione contro il progetto del «ponte delle suore» all’isola di San Giulio, che è stata consegnata al ministero dei Beni culturali. Al centro della protesta è il progetto di un ponte che le suore di clausura dell’abbazia benedettina «Mater Ecclesiae» hanno chiesto di costruire sull’isola: il viadotto serve a collegare il monastero a un edificio di proprietà delle stesse religiose. Che hanno motivato la richiesta con le necessità di «privacy» imposte dalle regole della vita in clausura.

La richiesta di variante di piano regolatore di Orta è stata approvata dal consiglio comunale, ma il progetto ha suscitato le critiche dell’associazione «Ernesto Ragazzoni» e della sezione di Novara di Italia Nostra, che hanno promosso una petizione.
(...)

domenica 4 agosto 2013

venerdì 2 agosto 2013

Lungo la via del Mauria dopo Lorenzago

Lungo la via del Mauria dopo Lorenzago.

sabato 27 luglio 2013

martedì 23 luglio 2013

Il segreto dei giardini per umanizzare la città

Il segreto dei giardini per umanizzare la città
GIANNI PICELLA
La Repubblica 15/11/2012, pagina 13 sezione BARI

Perché un giardino non deve costare niente in un momento di recessione economica come quello che stiamo vivendo? Perchè abbiamo bisogno di giardini, di ogni cosa bella, di arte, in queste situazioni; perchè i giardini sono fonte di ricchezza spirituale, di serenità ,specie in momenti tristi. Mi pare di rivivere un incontro occasionale a Gerusalemme, città dal clima arido eppure con grande attenzione ai giardini. Giardini, orti botanici che, con la loro bellezza, alleggeriscono il clima di tensione che in quei luoghi si respira. Giardini realizzati con rigorosa competenza, in specie in periferia, nella cerniera fra la zona arabo palestinese e la zona israeliana; nobilissimi giardini che concretamente realizzano l' incontro, altrove impossibile, tra i due mortali nemici. Giardini ove puoi respirare l' amicizia ,il rispetto, lontano il desiderio di sopraffazione. Sono althee, fiordalisi, sicomori, ulivi, citrus, dianthus, iris i protagonisti di questi insoliti, inaspettati giardini. E non solo. Si concretizzano qui in ex discariche, in spazi aperti museali lussureggianti e ricchissimi giardini, ricchi di opere d' arte ,che utilizzano per l' irrigazione le acque reflue depurate.Tutti questi giardini, piccoli e grandi, in ogni dove, a Gerusalemme hanno la latente funzione di mitigare un clima sociale tra i più difficili del mondo. Ma siamo a Bari, ove i pochi giardini esitenti (vedi piazza Cesare Battisti) vengono distrutti con arroganza e noncuranza ,ove giardini e piazze storiche (piazza Massari, Piazza Umberto, piazza Moro) rischiano ogni giorno un qualsiasi intervento "riqualificante" (corretta operazione amministrativa che deve impegnare finanziamenti, e quale miglior occasione di un giardino che deve costare molto) che mira a distruggerne l' identità. Quanti ricordi per il cittadino: immagini, passeggiate, la sua storia, la storia della città in quei luoghi! Si mira a ricreare un non luogo, come per la vecchia piazza di Carbonara e per tanti altri luoghi; un non luogo per apolidi. Insieme all' identità del giardino, scompare la riconoscibilità, la vivibilità, l' appartenenza sino a crearne uno spossessamento, un' alienazione. In nessuna città che sappia vivere la sua storia, si cancellano i segni di essa. Immaginate i giardini di Boboli, di Villa Borghese, i viali di Torino,"riqualificati" sotto questa accezione. Immaginate Parigi, Londra, New York rinunciare al suo verde storico e fatene un raffronto con questa nostra cara Bari, già poverissima di verde, costretta d' imperio a rinunciare a quel poco che ha. Il tutto scivola come l' olio sulla pelle dei cittadini che, tanto del verde "non sanno che farsene". Vanno bene parcheggi, posti auto, progetti autorizzati, in dispregio della legge, da chi, istituzionalmente, quei giardini e la loro storia doveva conoscere e proteggere, riconoscendone e rispettandone l' importanza e la necessità. Un "non luogo" non è un bel regalo cui aspira il cittadino! Di manifestazioni di amore e rispetto per la città potrà il cittadino, ringraziare gli amministratori, i gestori, i tutori di quei beni che sono soltanto suoi, i suoi monumenti, i suoi giardini, la sua storia. E nuovi giardini, i più vari, a costo zero, potranno arricchire la città in luoghi negletti, degradati ove la convivenza è resa difficile dalla povertà e disagio sociale. Giardini aridi (xeriscaping), giardini costituiti c o n p i a n t e a u t o c t o n e (24.000specie), parche e poco esigenti in termini di manutenzione, giardini con "vagabonde" come il famoso parco Citroen di Gilles Clement a Parigi. Nuovi giardini, ognuno con una differente attrattiva chiave identitaria e riqualificante di uno spazio ormai disumanizzato. Costeggio una lama abbandonata, in completo degrado, sulla strada che porta al quartiere San Paolo e la vedo come un bellissimo giardino ove la popolazione e i suoi amministratori possano incontrarsi con uno scopo e interesse comune: abbellire e rendere vivibile la propria città. delegato Fa

martedì 2 luglio 2013

strada nella campagna in provincia di Ravenna

strada nella campagna in provincia di Ravenna

domenica 30 giugno 2013

lunedì 17 giugno 2013

Un habitat devastato dal libero mercato

Un habitat devastato dal libero mercato
Piero Bevilacqua
Il Manifesto, giovedì 15 novembre 2012
E noi cittadini dobbiamo costituirci parte civile Intervenire sulle alluvioni che ogni anno provocano disastri ambientali e morti in qualche angolo della penisola fa sentire come i sacerdoti che celebrano uno stanco e inutile rito, cultori di una religione ormai spenta. L'Italia impone ai suoi osservatori l'eterno ritorno dell'eguale. Eppure corre sempre l'obbligo di ripetere, di tenere vive le armi della critica, di ricordare. La lotta è fatta anche di ripetizioni e di repliche. E in questo caso sono più che mai necessarie. Quello che è accaduto in questi giorni nel grossetano e nell'Umbria meridionale è infatti il nuovo capitolo di uno spettacolo a puntate che si ripete ormai puntuale in ogni autunno e inverno. E occorre anche aggiungere che questa volta l'esito sarebbe potuto essere ben più tragico, se la pioggia avesse continuato a cadere per un altro giorno. Pochi sanno, infatti, che la diga di Corbara che sbarra il Tevere - poco distante dallo scalo di Orvieto, dove è tracimato il fiume Paglia - era minacciosamente colma, mentre i caseggiati di Ciconia e dintorni erano già allagati. Se il maltempo avesse continuato il suo corso, si sarebbe reso necessario aprire la diga con conseguenze imprevedibili , ma.sicuramente devastanti, per tutti i centri abitati lungo la Valle del Tevere fino a Roma. Il ritorno del bel tempo ci ha risparmiati da ulteriori danni e vittime, lo spuntare del sole ha evitato una catastrofe. Ma fino a quando dovremo affidarci al caso, alla buona sorte, alla cessazione benigna di un temporale per evitare alluvioni, frane, morti, devastazione di case e imprese, distruzione di strade e ponti? Non è evidente ormai a tutti che l'intero territorio nazionale P in pericolo? Che bastano pochi giorni di pioggia intensa, concentrati in una qualunque area, per determinare danni ingenti alle popolazioni e agli habitat, imponendo poi costosissime ricostruzioni? Appare evidente che oggi paghiamo a caro prezzo una urbanizzazione selvaggia, la quale ha coperto disordinatamente di costruzioni e infrastrutture un territorio che è fra i più vulnerabili dell'intero bacino del Mediterraneo. L'acqua che scende dalle Alpi o dall'Appennino è sempre meno assorbita dai campi agricoli o incolti delle colline e delle pianure, ormai non più abitate dai contadini, ed è al contrario resa più vorticosa nel suo corso dall'asfalto e dal cemento che incontra. Un paese, tra i pochi in Europa, privo di una legge urbanistica , che ha assistito con poche resistenze a una svolta inaudita. Alla consueta attitudine illegale di classi dirigenti e popolazioni a occupare il territorio con costruzioni abusive ( che hanno sfigurato tante nostre città) è venuta in sostegno la versione italiana del neoliberismo: il verbo che ha fatto dei nostri habitat delicati materia di "libero mercato". Oggi, dopo tre decenni di furia "liberale", il territorio nazionale mostra le stirante della sua trasformazione mercantile, riplasmato, com'è dalle spinte caotiche delle convenienze private: terre d'altura e aree interne in stato di abbandono, valli e pianure - la polpa ricca - intasate di popolazione, edifici, strutture produttive, vie di comunicazione. Qui l'acqua piovana non ha più spazio. come era accaduto in tutti i secoli passati, e perciò appare come il grande nemico. Come e quanto può durare tale conflitto tra le forze imprevedibili della natura e i nostn abitati? Ebbene, questa drammatica novità storica impone oggi un nuovo atteggiamento della pubblica opinione nei confronti delle classi dirigenti italiane e del ceto politico nazionale. Sappiamo da studi decennali che all'Italia è toccato in sorte un paradossale destino. ll paese fisicamente più fragile d'Europa (insieme all'Olanda) è stato governato da classi dirigenti prive di ogni cultura territoriale, sguarnite anche delle più elementari forme di consapevolezza, di memoria storica dei caratteri dei vari habitat locali e dei loro delicati equilibri. Tale carattere originale della nostra cultura, il suo sdradicamento metafisico dalle condizioni materiali della vita, oggi rappresenta una minaccia per la collettività nazionale. A questa incultura originaria si aggiunge la religione della crescita che alimenta nuovi e disordinati appetiti speculativi nei confronti del nostro territorio. Ancora oggi il suolo nazionale non appare come un habitat da proteggere, per tutelare i beni, la ricchezza storica del paese dagli eventi atmo *** sferici, ma come la materia prima per continuare a crescere, come recita la superstizione contemporanea. E' altamente esemplare che un paese, il quale ha i problemi drammatici che osserviamo puntualmente ad ogni inverno, si ostini a progettare il Tav in Val di Susa. I nostri governanti sono pronti a sperperare svariati miliardi per un'opera inutile e non trovano tempo. energia, risorse per mettere in campo un progetto assai meno costoso e generatore di nuove economie finalizzato a proteggere il nostro territorio in pericolo. Ebbene, credo che sia tempo di rendere evidente il carattere drammatico che ormai occorre dare alla nostra opposizione. Abbiamo mostrato in altre occasioni che il territorio può essere messo in salvo solo attraverso una vasta opera di ripopolamento e valorizzazione delle aree interne. Ma oggi occorre agire anche con misure di urgenza. E' necessano chiarire che tutte le nuove costruzioni, tutte le manipolazioni dell'habitat che si progettano e si realizzano in Italia sono contro l'interesse collettivo, minacciano il bene comune della sicurezza nazionale. Ogni metro quadrato di nuovo asfalto o cemento sottrae spazio alle acque, accresce la vulnerabilità dei nostri abitati e delle nostre vite. Non possiamo più tollerarlo. Credo che ormai bisogna incominciare a considerare sotto il profilo penale gli interventi che consumano suolo. Questo bene non è infinito, esso è la spugna che assorbe l'acqua. è dunque un bene di tutti che ci protegge , chi lo cementifica rende più pericolosi i nostri abitati, rende più insicura la nostra incolumità, le nostre case, i nostri beni, i nostri animali. E' perciò necessaria una iniziativa legislativa che dia nuovi strumenti all'interesse collettivo oggi cosi gravemente minacciato. Occorre rendere possibile, alle associazioni impegnate nella difesa del territorio e del paesaggio, di costituirsi parte civile nei vari luoghi dove si progetta il consumo di verde, da configurare, com'è ormai drammaticamente necessario, quale fattispecie criminale. Privati, amministratori locali, imprenditori non possono più utilizzare come bene privato ciò che con tutta evidenza appare un bene comune intangibile e irrinunciabile.

venerdì 14 giugno 2013

The Garden of Ninfa, Latina


Set in a ruined medieval town, the romantic Garden of Ninfa (Giardino di Ninfa) is located in the Lazio region of Italy, about 40 miles south-east of Rome.

venerdì 7 giugno 2013

Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane

Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane sul libro: Perché il valore civico dei monumenti è stato negato in favore del loro potenziale turistico, e quindi economico? Perché la "valorizzazione" del patrimonio culturale ci ha indotti a trasformare le nostre città storiche in "luna park" gestiti da avidi usufruttuari? Lo storico dell'arte Tomaso Montanari ci accompagna in una visita critica del nostro paese: dallo showroom Venezia, a una Roma dove si delira di piste da sci nel Circo Massimo, a una Firenze dove si affittano gli Uffizi per sfilate di moda e si traforano gli affreschi di Vasari alla ricerca di un Leonardo inesistente, a una Napoli dove si progettano megaeventi mentre le chiese crollano e le biblioteche vengono razziate, all'Aquila che giace ancora in rovina mentre i cittadini sono deportati nelle new town, scopriamo che l'idea di comunità è stata corrotta da una nuova politica che ci vuole non cittadini partecipi, ma consumatori passivi. "Le pietre e il popolo" non è solo un durissimo pamphlet contro la retorica del Bello che copre lo sfruttamento delle città d'arte, ma è un manuale di resistenza capace di ricordarci che la funzione civile del patrimonio storico e artistico è uno dei principi fondanti della nostra democrazia, e che l'Italia può risorgere solo se si pensa come una "Repubblica basata sul lavoro e sulla conoscenza".

martedì 4 giugno 2013

venerdì 31 maggio 2013

sabato 25 maggio 2013

giovedì 16 maggio 2013

Da Berlino l'allarme sullo scempio del suolo: è una risorsa limitata

Da Berlino l'allarme sullo scempio del suolo: è una risorsa limitata
Mauro Rosati
L'Unità, 23/11/2012.

Lo sfruttamento dei terreni al centro del primo Forum globale. C'è un piano per difenderli II problema della gestione del suolo è un'emergenza di portata planetaria che può essere ormai considerato alla pari di quelli forse più noti tristemente come la fame nel mondo, l'emergenza idrica e l'inquinamento ambientale. Un'emergenza che abbiamo potuto vedere anche questi giorni con I alluvione in Toscana. In questi anni lo scempio del suolo non è stato solo quello che è visibile ad occhio nudo con l'urbanizzazione selvaggia, ma anche quello dell'inquinamento invisibile della troppa chimica utilizzata per produrre sempre di più oppure della contaminazione dei fiumi e delle falde che inevitabilmente ammalano terra ed acqua. Proprio in questi giorni scienziati, esponenti dei governi, del mondo degli affari e della società civile hanno partecipato a Berlino al Global Soil Week's, la Settimana mondiale del Suolo, il primo forum interamente dedicato al tema dello sfruttamento sostenibile dei terreni. Obbiettivo dell'iniziativa è quello di migliorare la governance globale delle risorse limitate del suolo, al fine di garantire suoli sani e produttivi per un mondo all'insegna della sicurezza alimentare e per garantire la funzionalità dell'eco-sistema. L'evento è stato voluto fortemente dalle più importanti organizzazioni del mondo come Commissione europea, Fao, lo United Nations Environment Programme (Unep), lo United Nations Convention to Combat Desertification, oltre all'impegno del governo tedesco. Sono queste infatti le principali organizzazioni che a livello mondiale sostengono l'importanza di una gestione adeguata dei suoli al fine di contrastare una serie di fenomeni che sono ad essa direttamente correlati, come le disastrose calamità naturali, l'approvvigionamento idrico e alimentare, la vivibilità urbana, ecc. Gli obiettivi da perseguire secondo gli esperti: la creazione e la promozione di una maggiore consapevolezza tra i decisori e le parti interessate sul ruolo chiave delle risorse del suolo per la gestione sostenibile del territorio e lo sviluppo sostenibile; affrontare le criticità riguardanti i suoli in relazione a temi quali la sicurezza alimentare e i cambiamenti climatici; fornire una guida alla conoscenza sui i suoli e alla ricerca attraverso una piattaforma comune di comunicazione globale; stabilire un network attivo ed efficace per affrontare le vari questioni che riguardano la gestione dei suoli; ed infine sviluppare le linee guida di una governance mondiale per la protezione e la produttività sostenibile del suolo. L'Italia sembra già muoversi su questa strada, grazie all'intervento del governo e alla sua approvazione, in via preliminare, del disegno di legge in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo del suolo, su proposta dei Ministri delle politiche agricole alimentari e forestali, Mario Catania, per i beni culturali, Lorenzo Ornaghi, e dello sviluppo economico, Corrado Passera. L'obiettivo del provvedimento è di garantire l'equilibrio tra i terreni agricoli e le zone edificate o edificabili, ponendo un limite massimo al consumo di suolo e stimolando il riutilizzo delle zone già urbanizzate. Inoltre con essa s'intende promuovere l'attività agricola la quale consente di poter gestire il territorio e contribuisce a diminuire il rischio di dissesti idrogeologici. Sino a poco tempo fa, cuore della politica sul territorio erano i contesti urbani, mentre oggi, diventano sempre più importanti i contesti extraurbani: è proprio qui che si effettuano le scelte politiche e si gioca il cuore dello sviluppo. La vera ricchezza non è più data dai contesti urbani ma dal surplus delle risorse territoriali; sono queste che qualificano un comune e un territorio. Per tutelare il territorio non serve solo la consapevolezza politica. Serve lo sforzo collettivo: pratiche agricole corrette, scelte alimentari più sostenibili, sano utilizzo dell acqua, raccolta differenziata, e tante altre cose. Solo così si difende la terra.

sabato 11 maggio 2013

venerdì 26 aprile 2013

domenica 14 aprile 2013

I giardini di agrumi del Garda, un tesoro a rischio estinzione

I giardini di agrumi del Garda, un tesoro a rischio estinzione
Corriere della Sera
 edizione Brescia
 giovedì 4 aprile 2013

«Giardini d'agrumi». Ne scriveva già Bongianni Grattarolo nel '500. Oggi si parla di limonaie. Tra Salò e Limone erano quasi ottocento un secolo e mezzo fa, come dimostra una ricerca catastale di Alberta Cazzani all'Archivio Storico di Milano. Oggi molte risultano scalfite dagli anni o crollate del tutto, con vaghe tracce.
Qualche struttura è stata oggetto di ruvido calcolo di trasformazione della metratura delle campate (l'area produttiva) e degli adiacenti depositi degli attrezzi (i «caselli») in volumi residenziali. È così toccato alla magistratura fare chiarezza, perché le limonaie hanno la palese caratteristica e la scontata esigenza di essere bene esposte al sole e di trovarsi in invidiabili punti panoramici. Peculiarità che non sfuggono al mercato immobiliare, come è successo a Bezzuglio, Toscolano Maderno e Gargnano, con esempi di conversione in residence o piscine e addirittura, in un caso creativo, in allevamento di fagiani.
Pur non trascurando le esigenze economiche, c'è però chi è attento ad aspetti culturali, dettati dal rispetto di questi esempi di archeologia di tipo agricolo, quantificabili oggi tra le 120 e le 140 unità, in condizioni che oscillano dal buono al fatiscente. L'argomento ha proposto libri e convegni (un incontro è in programma a Salò, Sala dei Provveditori, stasera alle 21) su particolari affascinanti di queste «serre» per la coltivazione di agrumi a ridosso del 46° parallelo, la più settentrionale latitudine al mondo per questo limoni, cedri e arance.
«Le limonaie rappresentano un aspetto eccezionale di utilizzo di energia alternativa del sole e attraverso l'effetto serra» spiega Giovanni Cigognetti, uno dei massimi conoscitori del tema, che rimarca «la tipologia architettonica bioclimatica ed un classico esempio di tecniche dolci per l'energia».
Le limonaie, con esposizione verso Est per «catturare» i raggi del sole, esigono chiusura e copertura da effettuarsi in novembre e scopertura in primavera. Si aggiunga il sistema di canalizzazione per l'irrigazione e, se la temperatura invernale si fa rigida anche sul mite Garda, la necessità di intiepidire l'ambiente, procedura che un tempo avveniva attraverso l'accensione di fuochi.
I pilastri in cemento e pietra delle limonaie si innalzano a decine verso il cielo gardesano, illustrati in centinaia di antiche stampe. Costruzioni del genere sarebbero oggi viste come uno scempio, paesaggisticamente incompatibile e con un forte impatto visivo. Ne era poco entusiasta lo stesso scrittore inglese David Herbert Lawrence che, giusto un secolo fa, le definiva «enormi, brutti capannoni, squallidi a vedersi».
Non mancano, per fortuna, ottimi esempi di recupero, portati a modello dai tecnici, come le limonaie Chizzolini e Paterlini a Gargnano o altri casi — positivi questa volta — a Bezzuglio, illustrati da Attilio Mazza. Queste costruzioni sono oggi osservate con sensibilità diversa e si tende a valorizzare i segni della storia del lavoro gardesano da quando, sette secoli fa, i frati francescani — scriveva Giuseppe Solitro — portarono qui i primi agrumi. Lo confermano sei capitelli del trecentesco chiostro di San Francesco a Gargnano, spiega Domenico Fava.
A fronte di una sviluppata coscienza complessiva del patrimonio, il futuro delle limonaie potrebbe però non essere garantito dalla attuale normativa. Basti ricordare che la Comunità Montana Parco dell'alto Garda non ha uno specifico Piano di Settore. Di conseguenza ogni comune si regola singolarmente.
Oggi le limonaie produttive sono solo una manciata, figlie di interventi difficili e costosi. Per questo Cigognetti non si scandalizza se il loro futuro consistesse in una parziale e non devastante trasformazione in residenza. A patto di non scordare il sistema di raccolta delle acque e di irrigazione, altre manutenzioni e l'indispensabile intervento sulla travatura in legno che collega i pilastri in pietra, saldandoli. Il Garda è zona sismica e il rischio di crolli è concreto: ci si potrebbe trovare di fronte a belle abitazioni accanto a semplici terrazzamenti, senza più memoria dei giardini di agrumi cantati da Goethe.

Italia nostra: tutelare montagna e prati

Italia nostra: tutelare montagna e prati
Marika Giovannini
Corriere del Trentino, 27/03/2013
TRENTO — Sviluppo equilibrato in montagna, rete viaria da approfondire, moratoria all'urbanizzazione delle aree non edificate ai margini dei centri abitati. Queste le richieste lanciate da Italia nostra al governatore Alberto Pacher nel giorno dell'elezione del nuovo presidente: Beppo Toffolon prende infatti il posto di Salvatore Ferrari.

TRENTO — Basta con la «frenetica atmosfera da luna park» che oscura «la bellezza e la serenità della montagna», ma anche con gli «schemi dispersivi» dell'urbanistica attuale: «Meglio prevedere una moratoria all'urbanizzazione di tutte le aree inedificate poste ai margini degli insediamenti urbani finché le comunità di valle non abbiano stabilito limiti immodificabili ai perimetri degli ambiti urbani».
A pochi mesi dalle elezioni provinciali, la sezione trentina di Italia nostra si rivolge direttamente al governatore Alberto Pacher. E in una lettera aperta, destinata anche agli assessori di Piazza Dante, indica i nodi da risolvere e le direzioni da seguire in materia urbanistica, paesaggistica e infrastrutturale.
L'occasione per fare il punto della situazione è stata la riunione della direzione della sezione di lunedì, nel corso della quale Italia nostra ha rinnovato le cariche. Con un cambio al vertice importante: Salvatore Ferrari, alla guida della sezione dal 2012, si è dimesso dopo aver ottenuto un incarico alla Soprintendenza per i beni storico-artistici della Provincia. «Voglio evitare situazioni, anche solo apparenti, di conflitto di interesse» ha spiegato Ferrari. Al suo posto la direzione ha scelto l'architetto Beppo Toffolon, che finora aveva svolto il ruolo di vice. La seconda carica sarà occupata quindi da Ezio Chini, mentre la segreteria sarà in mano a Cristina Mayr.
Proprio di Toffolon, ancora nelle vesti di vicepresidente, è la firma in calce alla lettera aperta a Pacher, inviata il 26 febbraio: cinque pagine fitte di riflessioni sulla situazione ambientale del Trentino e proposte per migliorare il quadro. «Innanzitutto rivolgiamo alla giunta provinciale un invito al dialogo, in questi anni troppo spesso negato» esordisce Toffolon, che cita due casi emblematici di mancato confronto: l'inceneritore e il carcere di via Pilati.
Poi l'approfondimento sui «principali problemi che ci stanno di fronte». A partire dal rapporto tra turismo e montagna: «L'impressionante rapidità con cui il paesaggio alpino si è trasformato — si legge — deve indurci a riflettere sulle conseguenze di un'espansione turistica senza limiti e a ricercare un utilizzo equilibrato». Così sull'urbanistica: «La tendenza alla dispersione è insostenibile. È imprescindibile conservare ciò che resta delle aree agricole». Ma Italia nostra punta l'attenzione anche sui centri storici («La giunta rifletta sulle conseguenze delle modifiche introdotte alle norme urbanistiche») e sulle ferrovie («Scelte infrastrutturali e urbanistiche non possono più essere affrontate separatamente»). Con proposte precise anche sul fronte delle strade: «Piazza Dante — è l'invito — avvii un approfondimento sul tema della progettazione paesaggistica della rete viaria».

mercoledì 10 aprile 2013

L’AGRICOLTURA È STATA ESPULSA DAL TERRITORIO

L’AGRICOLTURA È STATA ESPULSA DAL TERRITORIO
GINO VANNUCCI
VENERDÌ, 23 NOVEMBRE 2012, IL TIRRENO, Massa - Carrara

I Dati DEL settore 
Negli ultimi 40 anni le aziende agricole in provincia sono passate da 17.000 a sole 3293
* Agricoltura, agronomia e fossi … dimenticati 
I principali dati del Territorio e dell'Agricoltura della Provincia di Massa Carrara dicono che la Superficie Agricola Totale (SAT) della Provincia è passata da 90.000 Ha del 1970 a 20.000 Ha nel 2010, mentre la Superficie Agricola Utilizzata (SAU) è scesa da 45.000 Ha del 1970 a 10.000 Ha nel 2010. Il Rapporto provinciale fra la Superficie Territoriale Totale (circa 115.00 Ha) e la Superficie Agricola Totale negli anni 70 era del 75%; nel 2010 è arrivato al 20%, il più basso fra le Province Toscane, che ha una media regionale del 60%. Le Aziende Agricole Apuane negli ultimi 40 anni sono passate da 17.000 a 3.293; di queste, il 40% coltiva una superficie minore di 1 Ha. Nel Comune di Massa l'andamento al ribasso dei dati sull'agricoltura è ancora più accentuato di quello provinciale, e tende irrimediabilmente allo zero. Negli ultimi dieci anni si registra un calo del 70% nel numero di Aziende, e del'85% dei terreni coltivati (SAU). Le superfici coltivate a seminativi, orti, coltivazioni legnose agrarie (vite, olivo, frutti e agrumi), e orti familiari comprendono ormai solo circa 250 Ha, pari al 2,5% dell'intera superficie comunale e al 5,6% di quella pianeggiante. I pochi operatori agricoli rimasti, inoltre, subiscono i danni diretti ed indiretti dovuti al degrado generale dell'ambiente del territorio. Ad esempio nella fascia compresa fra il mare e l'autostrada, che va da Ricortola a Poveromo, ormai, da anni, non riescono ad avere un franco di coltivazione privo da ristagni idrici che gli permetta di avere una buona riuscita quanti-qualitativa nella produzione degli ortaggi. “ Mirate. ... mirate, … le verdure al marciscene tutte, … an se po' manco entrare in tel campo” è la frase che si sente comunemente riferire da questi agricoltori-cittadini. Ora oltre ai campi, sono sempre allagati anche i giardini e le cantine. Tutto questo riporta ad una gestione di tutta la rete di fossi e canali che hanno caratterizzato l'area della pianura massese, ormai collassata, anche in presenza di piogge ordinarie. La fascia collinare-montana risente della mancanza di coltivazione del bosco e del sottobosco, che spesso è inversamente proporzionale all'età del conduttore, o del tutto assente per l'abbandono dell'area. Come riportato dai dati dell'ultimo Censimento dell'Agricoltura, le Aziende Agricole fanno anche lavori di manutenzione non legate alla attività produttiva, ma che riguardano il paesaggio agrario (Comune di Massa: manutenzioni di muretti 12% delle Aziende, manutenzioni di siepi e filari di alberi 2% delle Aziende) della quali, poi ne possono poi beneficiare tutti i cittadini. Poca cosa certo, ma in alcuni casi il dato è il doppio della media nazionale. La mancanza di Norme per il Governo del Territorio ha permesso il disordine assoluto nello sviluppo urbanistico della città, per cui anche una pioggia ordinaria mette in crisi non solo il settore agricolo ma tutta l'area comunale. Se a queste situazioni agronomico-forestali, aggiungiamo l'erosione, l'inquinamento chimico della zona industriale e quello organico del depuratore, si può dire che tutto l'ambiente del territorio massese negli ultimi 50 anni è stato fortemente compromesso. Che cosa si vuol fare, continuiamo a sperare che non piova, o che piova poco? Se diamo per accertato che i fenomeni atmosferici potranno essere nei prossimi anni sempre più spesso a carattere temporalesco, forse dovremmo rivedere i modelli e le opere di riferimento per la regimazione e lo scolo delle acque fino ad oggi adottati, riportandoli, localmente, a ordinarie Regole per Governo Territorio, abbinandole, ovviamente, al massimo rispetto della natura e dei cicli naturali. Se invece la situazione è irrecuperabile, considerando lo stato fisico dell'acqua, allora, nel periodo delle piogge, dovremmo trasformare le strade in “strade-alveo” in modo da far scorrere l'acqua verso il mare, lungo le strade asfaltate, avendo cura di “ormeggiare” e non parcheggiare l' automobile. * Gino Vannucci è dottore agronomo

mercoledì 3 aprile 2013

domenica 31 marzo 2013

venerdì 22 marzo 2013

Appia Antica, la storia in ostaggio. Decenni di abusi e nessuno interviene

Appia Antica, la storia in ostaggio. Decenni di abusi e nessuno interviene
FRANCESCO ERBANI

L'immaginie fa riferimento alla zona di Porta San Sebastiano
Ville, case, casali ristrutturati, box, piscine, serre trasformate in saloni: il totale delle costruzioni illegali raggiunge quota un milione e trecentomila metri cubi su un'area vincolata di 3.500 ettari alle porte di Roma. Le ville affittate per feste e set televisivi. L'impotenza della Soprintendenza. I proprietari si difendono: "Siamo noi i veri custodi dell'integrità di questi luoghi"
ROMA - Un milione e trecentomila metri cubi. Tanti, tantissimi sono gli abusi edilizi nell'Appia Antica, la strada romana che risale al 312 avanti Cristo e che dal centro dell'urbe giungeva fino a Brindisi. Ma un milione e trecentomila metri cubi sono solo il volume di interi edifici costruiti senza licenza. Ville, soprattutto. Residenze sfarzose, oasi per imprenditori e professionisti, un tempo anche per la gente del cinema, per notabili democristiani e socialisti. Ai casali ristrutturati, nelle cui facciate sono spesso conficcate lapidi e frammenti di sarcofago, vanno aggiunti box, garage, depositi, magazzini, sopraelevazioni, piscine, parcheggi, che non sono calcolati in quel rendiconto dell'illecito. Ed extra sono anche i cambi di destinazione d'uso, altrettanto invasivi quanto il cemento, perché se un annesso agricolo diventa residenza occorre allacciarsi alle fognature, scavare per le fondazioni e per le tubature in un terreno archeologicamente sensibile, producendo, inoltre, un carico urbanistico, e dunque più abitanti, più macchine...

Il fenomeno è inarrestabile, dura da decenni in quest'area grande 3.500 ettari, paesaggio e archeologia fusi in un ambiente che non ha molti paragoni al mondo. L'abusivismo nell'Appia Antica lo denunciava Antonio Cederna già negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma ancora oggi fioccano le denunce, ma non si vede ombra di ruspa: le ultime demolizioni, pochissime in totale, risalgono al 2009. Il calcolo degli abusi l'ha compiuto l'urbanista Vezio De Lucia per conto della Soprintendenza speciale archeologica di Roma. Attualmente sull'Appia Antica, stando a questa indagine, giacciono 2,7 milioni di metri cubi di costruzioni. Comparando vecchie e nuove mappe, De Lucia ha però potuto stabilire che quasi la metà sono stati realizzati dopo il 1967, cioè dopo il Piano regolatore della capitale che dichiarava inedificabili i terreni intorno alla strada romana. E sono dunque abusivi. La rilevazione, aggiornata al novembre 2011, integra uno studio condotto nel 2003. Si tratta però, spiega De Lucia, soltanto di interi manufatti costruiti violando le leggi. Il resto, aggiunge l'urbanista, è difficilmente stimabile. Ma è imponente.

Un suono sinistro emanano, nella relazione di De Lucia, le parole che si leggono alcune righe più sotto le tabelle con i dati: si sarebbe potuto fare di più e meglio se si fossero possedute cartografie maggiormente dettagliate e se ci fossero state risorse maggiori. Il che vuol dire una cosa molto semplice. Per arginare l'abusivismo in uno dei luoghi di più struggente bellezza che ci siano non solo a Roma, per assicurare a tutti il godimento pieno di un bene della comunità (il paesaggio, l'archeologia, la memoria), un bene che diffonde senso di cittadinanza, per tutto questo e per tutelare con efficacia l'Appia Antica, mancano gli strumenti minimi, le amministrazioni lesinano documenti e fonti di conoscenza, e scarsi sono i fondi. Dalla Soprintendenza archeologica partono lettere al ministero per i Beni culturali. Si chiede l'istituzione di un organismo ad hoc che superi la palude burocratica. "Noi denunciamo gli abusi, ma non accade nulla. Tutto si ferma sui nostri tavoli", lamenta Rita Paris, direttrice dell'ufficio della Soprintendenza che ha la competenza sull'Appia Antica. "Ci arrivano dal Comune domande di condono che neanche si potrebbero accettare, perché violano vincoli archeologici, e noi passiamo il tempo a negare autorizzazioni in sanatoria. Ogni forma di tutela rischia di essere vanificata".

Qui sono il sepolcro degli Scipioni, il sepolcro di Geta e di Priscilla, la Porta San Sebastiano, e poi i colombari, le catacombe di San Callisto e di San Sebastiano, il Circo di Massenzio, il Mausoleo di Romolo e quello di Cecilia Metella, il Castrum Caetani, la tomba di Annia Regilla, i Tumuli degli Orazi e dei Curiazi, il complesso termale di Capo di Bove, la splendida Villa dei Quintili. E poi la valle dell'Almone, il fiume sacro ai romani, con i boschi di leccio e di roverella, il pianoro ondulato di Tor Marancia, le cave e le colate laviche che ai grandi viaggiatori davano l'impressione di trovarsi in un deserto, al centro del quale spuntava Roma.

Gran parte dell'Appia Antica è proprietà privata. E nelle proprietà private sono anche monumenti resi invisibili da alti muri di recinzione. L'Ente Parco organizza visite guidate in alcune tenute, ma solo su appuntamento e per piccoli gruppi. Un contenzioso si è aperto la scorsa estate con la Saita, una società della principessa Pallavicini: una splendida residenza in un parco proprio a ridosso di Porta San Sebastiano, in cui sono contenuti sepolcri e l'Oratorio dei sette dormienti, costruito nel XII secolo su una villa romana del II secolo, un edificio preziosissimo. Stando ai rilievi dell'Ufficio abusivismo del Comune, due vasche ornamentali sarebbero diventate due piscine (una ha forma ottagonale e si vede perfettamente su Google Maps). Sono poi spuntati un garage, due grandi strutture vetrate, un ampliamento in muratura dove esisteva appena qualche tettoia e altri manufatti a ridosso del muro perimetrale. Inoltre è stata ricostruita una pavimentazione.

Quasi di fronte a questa villa, risiede Roberto Benigni, ma i suoi restauri sono stati seguiti e autorizzati dalla Soprintendenza. Nella stessa zona è la villa di Paola Severino, ministra della Giustizia: nessun abuso viene contestato, ma nella sua proprietà sono custoditi due dei tre colombari di Vigna Codini, di proprietà pubblica, l'unica testimonianza dei tanti sepolcri che le fonti letterarie collocano in quest'area. Che per ovvi motivi di sicurezza, nessuno può visitare.

Un grande vivaio di fronte alle terme di Caracalla si è arricchito di un edificio di 700 metri quadrati. Abusivamente, secondo la denuncia di Italia Nostra, ma condonato con parere favorevole persino della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici. Nella proprietà di Giorgio Greco, che con il fratello possiede una catena di negozi d'abbigliamento, a pochi metri da Capo di Bove e da una stazione dei carabinieri, i vigili hanno contestato il cambio di destinazione d'uso di un grande magazzino, da deposito a residenza, con cucina e bagni. Era in abbandono e ora vi è allestita una scuola per cuochi. Spesso l'edificio accoglie feste e ricevimenti e viene usato per girarvi spot pubblicitari. La Soprintendenza, ammette Greco, ha svolto un gran lavoro nel passato fermando l'avanzata del cemento sull'Appia Antica. Ma ora non deve accanirsi sui proprietari che "se non fanno brutture, in fondo sono i veri custodi dell'integrità di questo luogo".

"Molti proprietari mettono a reddito le loro residenze, le affittano per cene e matrimoni", racconta invece Rita Paris. "Ogni sera è un via vai di macchine, si installano gazebo, si sparano fuochi d'artificio". Fra i più attivi è Sergio Scarpellini, uno dei più potenti costruttori romani, che acquistò anni fa la villa di Silvana Mangano. Nella sua proprietà arrivarono le ruspe per eliminare un parcheggio abusivo. L'iniziativa della demolizione fu presa dal Municipio XI. Era il 2009. Da allora, niente più ruspe sull'Appia Antica.

Confinante con quella di Giorgio Greco, è un'altra proprietà in cui un tempo c'era un gruppo di serre. Che ora sono diventate appartamenti di lusso dati in affitto e reclamizzati sul web come "case di charme", dopo aver compiuto lavori di cui nessuno sembra sia stato informato. Sopra la Villa dei Quintili, in un centro sportivo ci sono campi di calcio e piscine. Si è costruito dentro il Castrum Caetani, villaggio fortificato del XIV secolo dietro al Mausoleo di Cecilia Metella: ma la domanda di condono del proprietario ha fermato la procedura di demolizione.

Sull'Appia Antica e nelle vie laterali occorre tenere gli occhi aperti nei mesi estivi. È con la città che allenta i ritmi, con i vigili che già sono pochi d'inverno e ancora meno in agosto, che i camion caricano e scaricano laterizi, pannelli, tubi. Intorno alle recinzioni si fa crescere una siepe di alloro, poi si cinge il perimetro con un telo verde. Sono attivissimi, ma fanno quel che possono per scovare gli abusi i pochi guardiaparco. Una porcilaia diruta, una vaccheria sfondata diventano un vano, poi due, poi si fanno la cucina e il bagno. Anche senza licenza di abitabilità, i valori immobiliari lievitano.

Ha fatto scuola la vicenda di una proprietà di fronte al Mausoleo degli Equinozi iniziata nel 1984 con un atto notarile di compravendita in cui si legge: "La parte acquirente dichiara di essere a conoscenza della destinazione di Prg del terreno acquistato ed in particolare che lo stesso non ha formato oggetto di lottizzazione approvata e che pertanto non può essere utilizzato a scopi edilizi". Due anni dopo veniva costruita una casa di 100 metri quadrati. Un primo sequestro da parte dei vigili, la domanda di condono. Ma i lavori proseguono e arrivano a conclusione. La Pretura apre un'inchiesta che si conclude con una condanna, poi amnistiata in Appello. Ancora nel 1994 la Soprintendenza segnala l'abuso, la pratica rimbalza da un ufficio all'altro, si contano almeno una decina di passaggi burocratici. L'immobile si arricchisce di veranda e di altri manufatti. E ora è lì, forse abitata dai proprietari, forse affittata, nessuno lo sa con certezza. Con certezza, stando alla Soprintendenza, lì ci sono resti di parte del Triopio di Erode Attico, una grandissima villa-azienda romana.

L'Appia Antica vive così, un po' meraviglia per gli occhi e per la mente, un po' terra di nessuno, dove non si sa bene chi sia incaricato di tutelare il suo patrimonio. Da qualche mese il Demanio ha consegnato la strada alla Soprintendenza archeologica, dichiarandola monumento nazionale. È un piccolo passo, forse l'inizio della storia moderna dell'Appia Antica. Ma nessuno qui se la sente di sbilanciarsi e sfoggiare ottimismo.

07 dicembre 2012

Tutti i numeri di uno scempio
l'Appia Antica violentata dagli abusi
Un milione e trecentomila metri cubi. Tanti, tantissimi gli illecitii edilizi nell'Appia Antica. E un milione e trecentomila metri cubi è il volume di interi edifici costruiti senza licenza
3.500
Gli ettari che formano il Parco dell'Appia antica

312 a. C.
L'anno di costruzione della via Appia

2.700.000
I metri cubi di edifici nell'Appia Antica

1.300.000
I metri cubi di edifici abusivi nell'Appia Antica

venerdì 15 marzo 2013

martedì 5 marzo 2013

giovedì 28 febbraio 2013

venerdì 22 febbraio 2013

"Dai mercati a Ostia, no alla colata di cemento". Italia Nostra e 33 comitati si mobilitano contro le varianti urbanistiche in Comune

"Dai mercati a Ostia, no alla colata di cemento". Italia Nostra e 33 comitati si mobilitano contro le varianti urbanistiche in Comune
LAURA SERLONI
DOMENICA, 09 DICEMBRE 2012, LA REPUBBLICA, Roma

Dagli ambientalisti stop alle delibere sulle aree storiche rionali e sulle aree militari dismesse

Milioni di metri cubi di cemento rischiano di abbattersi sulla città: dal Velodromo al Water front di Ostia, dalla compensazione Santa Fumia al raddoppio della centralità Romanina, fino alla valorizzazione delle aree militari dismesse e allo scambio immobiliare dei mercati Metronio, Pinciano e Trieste. La deadline, per portare in Aula tutta questa serie di delibere, dovrebbe essere gennaio. «Si vuole approvare - dicono decine di associazioni e comitati in una lettera inviata al sindaco Alemanno - una manovra urbanistica complessa e dirompente ai danni soprattutto dell´Agro romano. Si dimostra la volontà di continuare a forzare i regolamenti comunali per approvare degli atti in variante al piano regolatore generale e al piano territoriale paesistico regionale».
Si tratta di progetti che prevedono, nella maggior parte dei casi, migliaia di nuovi appartamenti in zone densamente popolate. Insomma, un vero e proprio assalto all´Agro romano. «Si tratta - commenta Italia Nostra - di una manovra pesantissima dal punto di vista dell´impatto sull´ambiente e sul tessuto sociale della nostra città. Non ci risultano studi effettuati sulla sostenibilità ambientale, nessuna pianificazione sull´autosufficienza energetica e nessuna quantificazione in termini di perdite economiche delle attività presenti sulle aree da cementificare e su come ripianarle».
L´appello al primo cittadino è firmato da tantissime realtà ambientaliste, cittadine e commerciali: dall´associazione amici di Monte Mario al Progetto Celio, da Assocommercio Roma nord a Cittadinanzattiva Lazio, dal comitato Serpentara a quello di Delle Vittorie e Salute e Ambiente Eur fino a Territorio Roma e Urban Experience. Tutti compatti chiedono una moratoria ai provvedimenti. E che si proceda al recupero e al riuso delle aree dismesse. Di più. La proposta è di avviare un censimento degli edifici sfitti, vuoti e inutilizzati della città.
«Il sindaco e la sua giunta - commenta Luigi Tamburrino di Territorio Roma - vogliono lasciarci Roma in espansione sull´Agro romano e ipotecare la città consolidata con un pericoloso approccio immobiliaristico. Crediamo che è finito il tempo dell´espansione e che è necessario puntare alla riqualificazione del territorio perseguendo innanzitutto l´interesse pubblico, e su questo obiettivo chiediamo a tutti, non solo di contrastare la manovra ma anche di mobilitarsi nei territori e in ogni altra sede per affermare un´altra idea di pianificazione generale». E aggiungono Matilde Spadaro e Vincenzo Vecchio, fondatori di "Atuttaleur": «In gioco ci sono migliaia di metri cubi in zone pregiate della città. Tutti casi diversi ma connotati da un unico denominatore: quello dell´incremento delle volumetrie in aree tutelate a vario livello e preziose per l´equilibrio urbanistico della città. Non si può pensare che si decida del futuro di una città votando delibere a spron battuto che incidono su territori ed assetti tanto delicati come l´Agro, le aree di riserva e in particolare il Velodromo».

mercoledì 6 febbraio 2013

venerdì 1 febbraio 2013

giovedì 31 gennaio 2013

antica postazione di pesca nel ravennate

antica postazione di pesca nel ravennate.

lunedì 28 gennaio 2013

domenica 20 gennaio 2013

giovedì 10 gennaio 2013

Il cemento cala su Roma nord nuove case per 97 mila abitanti

Il cemento cala su Roma nord nuove case per 97 mila abitanti
LAURA SERLONI
La Repubblica, 21/12/2012, pagina 9, Roma

DIECIMILIONI di metri cubi in più. Oltre 97mila nuovi residenti. E un consumo di suolo, prevalentemente agricolo, pari a 394 ettari: per fare un paragone, il doppio della superficie di Villa Pamphili. Sono questi i numeri della manovra urbanistica solo nel quadrante nord della città (Municipi IV, XX e XIX). «A voler parafrasare Hemingway e, restando strettamente nel tema, potremmo dire: per chi suona la molazza? Che, come è noto è la macchina da cantiere per impastare la calce e il cemento. Ovvero sia: lo sciagurato pacchetto urbanistico composto da 64 delibere, quanto "pesa" sui singoli territori?», commenta Lorenzo Parlati, presidente di Legambiente Lazio. La risposta è una colata di cemento, migliaia di residenti in più oltre che il consumo del territorio. Nel Municipio IV finiscono nel mirino i quartieri di Casal Boccone, Bufalotta, Fidene e Cinquina. A Casal Boccone si va in crescita di 33 mila metri cubi rispetto al Piano regolatore. Si attendono le scelte finali sulla centralità di Bufalotta per un milione di metri cubi; in più come "moneta urbanistica" per finanziare il prolungamento della Metro B ci sarà un ulteriore milione di metri cubi e 84 mila piovono per le case dei militari. Per l' housing sociale, invece, ci sono9 aree in pieno Agro romano - per altri 113 ettari e 6.419 nuovi residenti - , tra le quali ci sono molte costruzioni previste fuori dal Gra, nella zona di Fidene e di Cinquina. «In quest' ultima si vorrebbe incrementare del 43% il numero dei residenti rispetto agli attuali - continua l' associazione ambientalista - Per l' amministrazione Alemanno questo vuol dire riqualificare. Si persevera nell' errore di espandere la città oltre il Gra, il che significa condannare all' uso della macchina o a un massacrante pendolarismo, coloro che vi risiederanno». Sue giù per l' Agro Romano: eccoci nel Municipio XIX. È il più colpito dal bando sull' housing sociale: sono 29 le aree agricole selezionate tra Ottavia, Casalotti e Palmarola. In sintesi, una nuova città da oltre 5 mila case a ridosso della Boccea. Cresce la zona di via Ponderano, si "valorizza" con nuove cubature la caserma "Ulivelli" e c' è la compensazione del parco di Aguzzano che finisce nell' area agricola di La Storta Casali di San Nicola. Arriviamo a oltre 6 milioni di metri cubi ovvero a 51.448 nuove stanze e ad un consumo di suolo pari quasi a 2 milioni di metri cubi. Anche nel caso del Municipio XX i numeri parlano da soli. L' housing pesa su 18 aree per una superficie di 358 ettari con 10.046 alloggi e 29.212 nuovi residenti: ossia una nuova città. Si va da via di Baccanello sulla Cassia, zona Cesano, ad un' area limitrofa al centro di ricerche Enea/Casaccia fino ad un' area contigua al comune di Formello e al comune di Trevignano. Ai bordi del comprensorio dell' Olgiata è prevista un' altra massiccia edificazione delle cosiddette "case popolari": è la proposta 72. «Siamo ai margini del comprensorio "privatissimo" dell' Olgiata - argomenta Parlati - Possiamo quindi dire che lo sciagurato bando, dopo avere seppellito di metri cubi i "borgatari" di ogni municipio, "disturba" anche i residenti della "Beverly Hills dè Noantri", con rispettabili 155.836 metri cubi. Siamo pronti a scommettere che se questa operazione prenderà forma, questa sarà tra le prime aree a "saltare". Anche perché è in ampliamento di un' area ex agricola dove atterra nuovo cemento dai parchi. Insomma 375.836 metri cubi davanti all' Olgiata». Non finisce qui. Sono previsti altri ampliamenti dei piani di zona relativi a Cerquetta e Cesano. Cemento già previsto dal Piano regolatore, ma che viene notevolmente aumentato. Dunque, anche nel caso del XX Municipio,i numeri sono parole. (2. continua)